Books/ Lettera aperta a Theon Greyjoy

Caro Theon,

ti chiamo col tuo nome perché sai bene quale sia il tuo nome, e non è quello che rima con una marea di cose tutte poco piacevoli (tranne il porro, quello è buono, però come quello là con cui rima ha un odore molto presente).
Vediamo di riassumere un po’ quest’esistenza disgraziata che hai avuto.

Nasci e passi l’infanzia in un posto di merda, nonostante sia sul mare, dimostrando che non è vero che la vicinanza al mare sia sinonimo di meraviglia. Il tuo popolo è costituito da una specie di pirati tutt’altro che gigioni come Jack Sparrow o Captain Hook, gente che fa dell’uccidere e depredare un vero e proprio mestiere, che rifiuta il vil denaro preferendo pagare l'”Iron price” (ovvero rubando dai cadaveri dei nemici uccisi) e che crede in una divinità annegata. Lo sport ufficiale dell’arcipelago non è la velocità come in Giamaica, ma è la finger dance, vale a dire lanciare asce e sperare di non rimetterci dita (come è successo ad uno dei tuoi zii, che dopo al dito ci ha rimesso le penne). Ciliegina sulla torta, non hai un famigliare e parente sano di capoccia a pagarlo oro (e anche a pagarlo tramite Iron price). Tuo padre Balon è un megalomane, i suoi fratelli sono uno più fulminato dell’altro, tranne Victarion che è però è un sottone privo di sense of humour e quindi subisce tutta sta pazzia facendosi un fegato che forse era meglio si fosse dato all’alcool come Robert Baratheon. I tuoi, di fratelli, a quanto pare non è che siano sta overdose di simpatia, dato che ti menano e ti perculano in quanto colpevole di esser un bambino timido e puccioso. Ti va bene che c’è tua sorella Asha a difenderti, però lei è un maschio mancato. Chi resta? Ah, sì tua madre. Alannys Harlaw sarebbe anche l’unica normale lì in mezzo, peccato che tuo padre sia appunto un megalomane e l’unica parvenza di calore umano sparisce dalla tua vita. Quel genio di Balon decide infatti di far sapere a tutta Westeros che non è vero che Robert Baratheon ce l’ha più lungo, viene mazzolato su tutti i fronti da Robert, da Ned Stark e soprattutto da Stannis the Mannis, i tuoi fratelli maggiori finiscono nel conteggio dei morti e tu, in quanto unico erede alla Seastone chair (niente possibilità di cambiare sesso a Westeros, ci spiace Asha, ma sei fuori dai giochi), finisci ostaggio di Ned Stark.

Già, in questo Maremoto di Nettuno di conseguenze nefaste, tuo padre passa i suoi giorni a ribollire sul suo trono di pietra, tua madre sbrocca e non si riacchiapperà più, e tu vieni portato in quel posto immaginato da Gigi d’Alessio quando parlava della neve che cadeva copiosa nelle domeniche di agosto. Che culo vero?
Uno penserebbe anche di sì, alla fine, perché ti ritrovi circondato dal pargolame Stark, di cui uno ha pressapoco la tua età e ti prende talmente in simpatia che finisci per considerarlo come tuo fratello, vieni istruito assieme a loro e sei libero di andartene a zonzo per il circondario di Winterfell (bordello incluso).
Fratello. Cioè. Più o meno. Per te Robb è un fratello. Lui mano a mano che passa il tempo ci tiene a ricordarti che non è così e che al massimo quello è Jon Snow. Che poi secondo quel cuor contento di Jon Snow Robb preferisca te a lui, è un altro discorso. Vai te a capire chi abbia ragione di voi due, senza aver modo di chiedere all’oggetto della contesa. Comunque, Robb più passa il tempo più sottolinea in maniera poco amabile il fatto che non siete parenti, non lo sarete mai e che sei figlio di un kraken malmostoso. Ma tu, che fin dall’infanzia si è capito sei un cuore di panna, gli vuoi bene a Robb, nonostante tutto.
Libero. Anche lì. Ti chiamano ward: paggio, scudiero, non ho idea di come sia stato tradotto, ma sei un ostaggio pronto a venir decapitato dal buon Ned appena tuo padre decida di ricordare a tutti che non solo i Targaryen sono i più matti. Tanto perché la cosa non ti sfugga mai di mente, ti tocca presenziare a tutte le esecuzioni che Ned fa porgendogli la spada e cercando pure di prenderla come se si trattasse di fargli da caddy in un campo da golf.
E Robb a parte, stai pure sul cazzo a tutti perché sorridi troppo in una landa dove la pesantezza è di casa (avrebbero dovuto prendere come ostaggio tuo zio Victarion, si sarebbe trovato bene).

Nessuna meraviglia che a confronto di tutta sta cupezza, di sta menata che l’inverno è alle porte e che gli Stark sono un po’ sinonimo di sfiga da un decennio, ti metta a ripensare a Pyke come ad un posto meraviglioso e ti crei una mitologia delle Iron Islands che potresti convincere turisti ignari a prenotare soggiorni di tre mesi minimo. E nessuna meraviglia che di fronte a questo continuo ricordarti che non sei uno Stark, che sei un ostaggio e titum e titera te la meni in tutte le salse di essere un Greyjoy Ironborn e figlio di Balon (di cui non ti ricordi granché, dopotutto eri a malapena decenne quando ti han portato sulla terraferma).

E non appena hai l’occasione per tornare da uomo libero nel luogo natio, sentirti finalmente a casa da qualche parte e voluto davvero bene, nell’ordine:
– ti rendi conto che le Iron Islands non somigliano alle Maldive ma neanche alle Shetland, sono proprio un posto dove di tua sponte non andresti mai, peggio solo Skagos;
– quel simpaticone sempre ciucco di tuo zio Aeron è diventato il sacerdote numero uno del Drowned God ed è preso a convertire anime come un Testimone di Geova. Soprattutto, ha tolto a Victarion l’unico primato che aveva ovvero l’essere il musone della famiglia;
– tuo padre è uno stronzo, non è per niente contento di vederti e se Ned Stark ti decapitava gli faceva un favore;
– tua sorella Asha, dopo averti fatto credere di volertela dare e averti fatto immediatamente dopo crollare la libido, è praticamente la vera erede di tutto il cucuzzaro, dato che mentre tu eri ospite con la data di scadenza a Winterfell si è fatta tutta la raccolta punti ed ha conquistato il patentino di true Ironborn.

Ora. Sei un ragazzo di vent’anni che a differenza di Jon Snow ha scelto di reagire alla sensazione perenne di non sentirsi appartenente a Winterfell nascondendosi dietro la maschera di figo strafottente e sciupafemmine. Hai passato un decennio circondato dalla famiglia del Mulino Bianco (ok, c’era quel piccolo particolare del figlio bastardo, ma vabeh) che, ti è stato ricordato in tutti i modi, non è la tua. Ti sei autoconvinto che prima o poi avresti trovato il tuo riscatto portando alto il nome della tua stirpe e diventando materiale da canzoni e poemi.

Ovvio che fai la cazzata di mandare a quel paese il tuo best friend forever/fratello e assecondare tuo padre.
Ovvio che fai la cazzata ancora più grossa di volergli dimostrare di esser degno del suo affetto e ti lanci in un’impresa stile Armata Brancaleone.
Ovvio che fra tutti i posti che potevi andare a invadere scegli Winterfell, perché vuoi dimostrare qualcosa anche agli Stark e perché vuoi che quel posto dove sei stato “ospite” per metà della tua vita ti appartenga veramente (e viceversa tu appartenga davvero a Winterfell).
Ovvio che nonostante tua sorella Asha cerchi di salvarti il culo (perché sarà selvatica, ma in fondo ti vuol bene) tu faccia la cazzata finale e ti metta nelle mani di uno che fa sembrare tutti i Greyjoy messi assieme dei sani di mente.

Tutto ciò che consegue è uno strazio su cui è meglio non indugiare troppo. Te la sei cercata? Indubbiamente sì. Te la sei meritata? No. Voglio dire, il mostro di Firenze, Rudolf Hoess, Breivik forse si meritano Ramsay Snow/Bolton. Forse. Lo so, lo sappiamo che tu la pensi diversamente, con la tua tendenza al melodramma che è uno dei tratti che ci fa più tenerezza e che grazie al tuo torturatore è a piede libero. E lo so che ci sono un sacco di persone che pensano che addirittura avresti dovuto subire di peggio. Gente che ti ha capito esattamente come gli Stark e tuo padre, insomma. Perché loro errori e cazzate mai, eh. E soprattutto, loro le han pagate perdendo falangi e ciò che ti rendeva per qualche secondo un eroe leggendario.
A Robb è andata di megalusso, manco a dirlo.

E quindi, caro Theon, secondo te, quanto non è stato catartico ed esaltante vederti emergere da questo mare di schifo e delusioni che è stata la tua esistenza finora? Quanto non si è fatto il tifo per te fin dall’inizio, perché tu potessi conquistare te stesso? Quanto non ti avrei abbracciato ad ogni frase in cui ti autoconvincevi di essere il più figo del bigoncio e a quelle in cui ti autodemolivi per paura di venir disintegrato? Quanto non ho ringraziato la piagnucolona Jeyne per averti spinto a recuperare quelle parti buone del vecchio Theon che erano andate perse assieme a quelle trascurabili? Quanto è stato commovente sentirti rispondere “Theon Greyjoy” davanti alle guardie che ti avevano chiesto se fossi Reek? E quanto è stato meraviglioso sentirti come sorridere di nuovo mentre facevi notare ad Asha come la storia si sia ripetuta a ruoli invertiti ed ora è stata lei a non riconoscerti?

Theon Greyjoy, sei il più vero e figo di tutti a Westeros. A questo punto non ha importanza sapere cosa il tuo creatore deciderà di fare di te: accopparti? Darti un’ulteriore opportunità di riscatto sottoponendoti quindi ad una nuova prova, perché, come hai detto al misterioso hooded man, “the gods are not done with me”? Sai, è talmente sadico che non si sa quale delle due opzioni sia preferibile. Quel che è certo è ti si vuol bene per davvero e che hai lasciato un segno in chi ti ha letto ed amato. What is dead may never die.

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Music / Laghetto, Il conguaglio (2005)

Il secondo album dei Laghetto, Pocapocalisse, è uno dei dischi che nel periodo della mia seconda adolescenza di sei anni fa mi è entrato più sottopelle e che ancora oggi trovo adatto ad accompagnare determinati momenti. Presente no, quelli in cui come Mimì Clementi ti chiedi come ne uscirai pulit* e profumat*. Quelli. Però non quelli in cui ti struggi e languisci, ma quelli in cui la situazione ti sta parecchio sul culo e non sai se sei più incazzata col mondo o con te stessa o, peggio, la tua incazzatura è rivolta contro un oggetto non meglio definito.
Più del disco precedente (Sonate in bu minore per quattrocento scimmiette urlanti) Pocapocalisse è l’emblema di questo mood. Almeno per me.
Assieme a Piovo, che chiude del disco (“Come bruciare quello che ti passa intorno in tre mosse provandone poi il rimorso: non è difficile, sai, perchè basta seguire i miei passi: io potrei tenere un corso.“) Il conguaglio è uno di quei pezzi che descrive tante cose e sensazioni che ricorrono e ritornano in maniera ciclica. Se fossi in vena di atti kamikaze potrei usarla come presentazione o risposta alla domanda “cosa ti contraddistingue rispetto agli altri?”. Poi hai voglia a star seduta e aspettare il conguaglio.

Bonus: nel 2013 è stato fatto un tributo ufficiale ai Laghetto, Il coraggio di essere suonati, in cui gli Inferno Sci-Fi Grind’n’Roll e Lili Refrain hanno fatto una cover de Il conguaglio. Eccola.

TV Series/ Tempo di TAG

Primo TAG che compare su questo blog, segnalato da Cacio Casciotta su un gruppo fb di cinefili (cinE, non cinO) che frequento da poco e trovo un sacco carino.
Da serial-dipendente di buon livello (si può fare di più, ne sono consapevole…) penso sia un tag simpatico e che possa non solo dare idee per serie da guardare e/o recuperare, ma anche per discutere dei propri gusti in merito.
Via con le domande!

1) Prima serie TV che hai guardato
Tolte quelle che vedevo con mia madre all’ora di pranzo o nel primo pomeriggio, Beverly Hills 90210. Mia madre non mi ha mai dato particolari filtri rispetto alla TV,  a parte i film horror. Ecco, quelli no, però ricordo distintamente mi fece vedere Lezioni di piano della Campion con lei, facendomi giusto girare in un paio di scene. Signori del Moige, sono cresciuta bene nonostante questo.
Chiusa parentesi. Beverly Hills è stata la prima serie TV che ho visto quasi sempre da sola la sera. Mi fermai tipo alla quarta o metà della quinta stagione, all’epoca, non ricordo come mai. Ho recuperato le stagioni perse, grazie alle infinite repliche, anni dopo.

parliamo dell’altezza della vita di quei jeans?

2) Serie TV Anni ’90 preferita
E qui tiriamo fuori gli scheletri dall’armadio… Quando ero in quarta/quinta elementare c’era una e una sola serie di cui non perdevo una puntata, la guardavo anche mentre facevo i compiti con risultati disastrosi (per i compiti, ovviamente): Primi Baci. Ve la ricordate? Era una serie francese ambientata al liceo, i protagonisti avevano i nomi di Justine e Jerome, ovvero quei classici nomi che in francese sembrano chic e fighissimi e in italiano sono un castigo divino per chi li porta. Sarà che alle elementari studiavo francese, sarà che la sigla era acchiappona (leggi: finto giovane yeah yeah), ma stavo in fississima e una mia compagna altrettanto. Lei aveva anche l’album di figurine che mia madre si rifiutò categoricamente di comprarmi. Siccome era tipo l’unica a fare l’album, mi regalava le doppie, che io attaccai in quello che fu il mio secondo o terzo diario segreto (che tanto segreto non era perché era di quelle agende che le banche regalano a Natale).
Per i fanciulli che sono troppo giovani per ricordarsi della serie, agevolo un montaggio di una tipica scena con la sigla. Quella originale su youtube non si trova.

3) Serie anni 2000 preferita
Qui la faccenda si complica alquanto, ne avrei almeno una decina. Dico però Buffy the Vampire Slayer perché ha dentro di tutto: teen drama, mistero, azione, romance, horror… E tutto funziona benissimo. La sto riguardando in queste settimane, centellinando episodio dopo episodio, stagione dopo stagione. Non ha perso un colpo.
Siccome che non riesco a non citarne una seconda, ci metto anche Scrubs. Fino all’ottava stagione, ché quella dopo non la si considera. Come spiegazione dò questa. E anche questa.


4) Serie preferita in corso
Per non fare un elenco infinito metto solo quelle che hanno più serie/stagioni e salto le mini-serie one shot: Game Of Thrones, Girls, Brooklyn Nine Nine, Sherlock, Peaky Blinders, Masters Of Sex.

5) Series creator preferito
Joss Whedon. Devo ancora recuperare Firefly, ma Buffy e Angel da sole basterebbero.


6) Series creator che odi di più
JJ Abrams per il suo vizio di iniziare (bene) mille progetti e abbandonarli al loro destino (mandandoli quasi sempre in vacca). E Chuck Lorre, che pure la volta che era partito bene poi non ha resistito a non rendere una comedy scontata e stantia (mi riferisco a The Big Bang Theory).

7) La tua Ship preferita
Ne ho un casino, da brava fangirl. Le prime tre che mi vengono in mente: Spike e Buffy fin da tempi non sospetti; Veronica Mars e Logan Echolls; Freddie e Bel (The Hour).

8) Cotta vergognosa
Immagino si riferisca ai personaggi e non a chi li interpreta, right? No, perché se parliamo di interpreti la lista è infinita. Comunque. Attualmente Sherlock/Benedict Cumberbatch, che ve lo dico a fare. Siamo tutt* Irene Adler. In passato ho amato Pacey Witter (no, non Joshua Jackson, proprio Pacey), Lucas Scott (One Tree Hill, interpretato da Chad Michael Murray) e Tommy Donnelly. Come non amare lui e (anche Jonathan Tucker, che lo interpretava)? Va detto che nella stessa serie amavo (e amo tutt’ora) alla follia anche Jenny Reilly, alias Olivia Wilde, che in The O.C. non mi aveva detto nulla, ma che qui è gnocca, ha un bel personaggio ed è mega-gnocca l’ho detto?

9) Il peggiore e migliore finale di tutti i tempi
Peggiore… quello di Lost. La parte sull’isola ok, ma quell’altra cosa ANCHE NO. Non lo accetto proprio.
Migliore: sto pensando a tutte le serie terminate che ho seguito. Finora il finale che più mi ha soddisfatta è stato quello di Fringe. Ci sono state diverse cose poco convincenti prima, ma la quinta ed ultima stagione e la ultima puntata mi han fatto davvero pensare “mi mancherà questo show”.

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10) Chi non ha saputo fermarsi?
Grey’s Anatomy, One Tree Hill, How I Met Your Mother, The Big Bang Theory, Smallville… Quando si superano le 4/5 stagioni e si producono più di 20 episodi non svaccare per mancanza di idee è praticamente impossibile, temo.

11) Il miglior episodio pilota
Bisogna riconoscere una cosa a JJ Abrams. Quasi tutte le serie da lui ideate partono col botto. Dico quindi Alias perché tutto parte da lì. Ti butta senza troppi complimenti nel vivo della storia e ti spiazza un secondo dopo l’altro.

Alias inizia così, per capirci.

12) La cancellazione che ti ha spezzato il cuore
The Black Donnellys. Sono sette anni che non mi dò pace per quei cliffhangeroni finali. Non si fa, cazzo, non si fa. The Hour, quando la BBC cala la mannaia non è mai una cosa bella. Nel caso di The Hour è stato atroce. Non riesco più a sentir nominare Moneypenny senza che mi si stringa il cuore.
Fino all’anno scorso avrei citato anche Veronica Mars, ma abbiamo avuto il film quindi la ferita è sanata.

The Black Donnellys

13) Qual è l’attore che sarà sempre il suo personaggio qualunque altra cosa faccia?
James Van Der Beek alias Dawson Leery. Ne è consapevole anche lui e il fatto che ci scherzi su lo rende assolutamente adorabile.

14) La serie che stai aspettando con più trepidazione
Fino a un mese fa era Wolf Hall, che ora è in onda e sto amando alla follia. Attualmente sto aspettando le stagioni nuove di un po’ di roba (Game of Thrones, Fargo, Sherlock su tutte). Fra le novità non vedo l’ora che sia il 2016 per il secondo ciclo di The Hollow Crown, ovvero la versione TV degli English history plays shakespeariani. E non solo per sentir Benedict dire “My kingdom, my kingdom for a horse”. Giuro.

15) La serie che ti ha cambiato la vita
Fringe
. Ho iniziato a vederla quando era a terza stagione iniziata e ferma a causa di una delle classiche pause nei palinsesti US. Recuperata in pochi giorni e da lì tutti i venerdì e poi sabato mattina la prima cosa che facevo era recuperare la puntata e i sottotitoli di itasa che erano sempre già online grazie ad un team di insonni (passai a quelli inglesi con la quinta come feci per altre serie). Fringe è stata la mia prima dipendenza seriale da persona adulta. La prima su cui mi sono chiusa davvero un sacco a cercar di capire, a ragionare, a trovare un senso. La mia vita di spettatrice dopo non è più stata la stessa.

  

16) Una serie tv per ridere
Scrubs. Sempre ignorando la nona stagione. E citando qualcosa di recente, Brooklyn Nine Nine. Non è al livello di Scrubs, ma finora le risate sono sempre copiose. E non pre-registrate.

17) Una serie tv per piangere
Tre quarti di quelle che mi piacciono. Ho un’inclinazione malsana per le storie piene di tristezza e tragedia, l’avreste mai detto?

18) Una serie tv per riflettere
Se si è intorno ai 25 e oltre come la sottoscritta al momento direi Girls (di cui ho già parlato qua). In generale boh, a ben guardare ci sono tante serie che fanno pensare un casino se ci si mette lì. Dico The Hour perché propone una bellissima riflessione sulla libertà di stampa ed espressione, oltre che a mettere in gioco una questione tutt’altro che datata come quello del ruolo della donna nella società.

 

19) Hai mai pianto per un episodio?
Uno solo? Ho seriamente perso il conto delle volte che una serie TV mi ha fatto piangere… Con This Is England ’88 ho pianto ad ogni episodio. Fortuna sono solo tre.

 

20) Personaggio a cui somigli
Non c’è un solo personaggio in particolare, anche all’interno di una serie tendo a vedere lati di me in più personaggi. Al momento, per la mia situazione attuale, un mix di Hannah, Shosh e Marnie in Girls (l’unica con cui non vedo punti di contatto è Jessa).

Siccome un TAG non è tale senza che si passi la palla a qualcun’altro, taggo due fanciulle:
Alessia
Jess aka Pennylane
e chiunque di voi voglia aggiungersi.

Buon divertimento!

Films/ The wind rises (Hayao Miyazaki, 2013)

Ho da poco completato la visione di tutti i lungometraggi diretti da Hayao Miyazaki e mi è parso d’uopo concluderla con quello che è e sarà il suo ultimo film, The wind rises (Si alza il vento, nella versione italiana), dato che il maestro ha annunciato il suo ritiro.

La storia è una versione romanzata della biografia di Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico che progettò due velivoli utilizzati dal Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Il film segue Jiro in alcuni momenti salienti della sua vita: si parte nel 1916, con un Jiro ragazzino innamorato del volo che capisce, tramite un sogno, che il suo destino non è pilotare aerei (la sua miopia glielo impedisce), ma progettarli. Tutti gli eventi che seguono mostrano il percorso umano e professionale di Horikoshi che lo portano, nel finale, a realizzare il suo sogno, e cosa questo comporterà.

Sulla carta, il film presenta tutti gli elementi tipici dei film di Miyazaki: un protagonista che deve farsi strada nel mondo, con un carattere risoluto e positivo verso l’obiettivo da raggiungere e la vita in generale; comprimari che supportano il protagonista, anche quando sembrano burberi; l’amore per il volo (una delle passioni del maestro) e la denuncia verso la brutalità della guerra.
Eppure, avvertiamo fin quasi da subito che non si tratta del classico film di Miyazaki. Inizio da quello che è forse il punto più eclatante: l’elemento magico, o fantastico, o fiabesco, è completamente assente. L’apparizione al Jiro ragazzino dell’ingegnere aeronautico Giorgio Caproni viene subito svelata come un sogno del protagonista, e altrettanto lo sono le successive: tutto il resto del film racconta una vicenda verosimile e si attiene pertanto alle regole della verosimiglianza, non compaiono né creature strane, né sortilegi, né ambientazioni fantastiche.

Al contrario, le ambientazioni sono tutte ancorate alla realtà, la ritraggono e non sono una semplice ispirazione, come era successo per la Vienna di Il castello errante di Howl e la Milano di Porco Rosso. Proprio quest’ultimo film si presta particolarmente ad un paragone con The wind risesPorco Rosso, nonostante l’ambientazione e i molti riferimenti alla storia europea del periodo, resta una sorta di fiaba, in cui lo stesso protagonista è un elemento favolistico/allegorico. In The wind rises non ci sono allegorie, quello che Miyazaki rappresenta è il Giappone prima della Seconda Guerra Mondiale, un paese con un enorme gap rispetto all’Europa (come lamentano spesso i personaggi): una nazione rurale, dove pochi privilegiati possono permettersi vacanze in montagna e automobili mentre i molti poveri lavorano fino a tarda notte, lasciando i bambini da soli. Un paese dove gli aerei vengono costruiti con legno e tessuto e i modelli per il collaudo vengono trasportati al luogo scelto da carri trainati da buoi.

Assieme al Giappone, e a riferimenti alla sua storia (il terremoto del 1923, l’alleanza con Hitler), compare anche una rappresentazione della Germania pre-nazista, che Jiro e il suo amico e collega Kiro Honjo (anch’esso realmente esistito) visitano per studiarne la tecnologia applicata agli aerei: oltre ad un alterco con un soldato durante la visita alla Junkers, che dimostra bene la posizione di sudditanza del Giappone rispetto al più potente ed evoluto alleato tedesco, Jiro assiste impotente ad una sortita notturna di quello che, possiamo ipotizzare, sia uno squadrone nazista.

Più convenzionale è la storia d’amore che lega Jiro a Naoko Satomi, ispirata al romanzo di Tatsuo Hori S’alza il vento, ma anche in questo c’è un’importante differenza con tutte le coppie create da Miyazaki. Se l’incontro fra i due, o sarebbe meglio dire il doppio incontro fra i due, è abbastanza canonico e assimilabile ai numerosi precedenti della filmografia del maestro giapponese, lo sviluppo della storia segue una direzione melodrammatica e tragica, che mai si era vista in precedenza. La lovestory di Jiro e Naoko non lascia spazio alla speranza: è una storia condannata fin dal suo inizio a non avere un lieto fine, come fa presagire il fatto che il terremoto del Kanto interrompa e irrompa nel loro primo incontro, impedendo a Jiro di presentarsi e relegando di fatto la ragazza ad un ricordo lontano, al punto che, quando la incontra di nuovo anni dopo, non la riconosce subito.

La storia che nasce fra i due è, come già detto, destinata a non finire bene. Naoko è malata di tubercolosi e Jiro è consapevole che il tempo loro concesso non è molto. Quando Naoko fugge dal sanatorio in cui si era ricoverata nella speranza di guarire, Jiro decide di sposarla (oltre al dettaglio della cerimonia tradizionale, da notare come per la prima e unica volta in un film di Miyazaki ci sia un accenno, seppur delicatissimo, ai rapporti carnali), per condividere con lei ogni momento che rimane loro: tutto ciò, mentre sta lavorando a quello che sarà il velivolo che lo consegnerà alla storia. Vediamo quindi Jiro, un vero e proprio workaholic, tornare a casa a notte fonda dalla moglie e, anziché stendersi nel futon con lei, continuare a lavorare al suo progetto e tenere contemporaneamente la mano di Naoko. Proprio quando il progetto di Jiro è terminato e pronto al collaudo, la donna, resasi conto del precipitare delle sue condizioni e non volendo lasciare a Jiro un ricordo di sé sofferente, scappa nuovamente, questa volta per tornare al sanatorio e lì morire.

Al tragico epilogo della storia d’amore con Naoko si aggiunge la consapevolezza che il progetto per cui il protagonista ha lavorato e sofferto in tutti gli anni alla Mitsubishi, quel velivolo emblema di bellezza che da sogno era divenuta una vera e propria ossessione, è destinato a portare morte e distruzione. Anche in questo caso, un pesante distacco dai finali pieni di speranza cui Miyazaki ci ha abituato e che dà ai versi trionfanti di Valery, da cui il film prende il titolo, “Le vent se leve!… Il faut tenter de vivre” (Si alza il vento! Bisogna provare a vivere) una sfumatura di tristezza, seppur leggendoli in chiave positiva, come monito a non smettere di vivere nonostante ciò che di doloroso ci accade.

The wind rises non è un film per bambini, che costituiscono da sempre il target dello Studio Ghibli, e Miyazaki stesso era inizialmente scettico all’idea del produttore Toshio Suzuki di adattare il manga da lui scritto ispirandosi alla biografia di Jiro Horikoshi, in un film. Nonostante le soluzioni adottate (rappresentare le riunioni e l’ambiente lavorativo in maniera caricaturale, “dar colore al racconto” tramite le sequenze oniriche col personaggio di Caproni), il film resta infatti poco appetibile per un pubblico under 12, sia per la tematica bellica in sé, che per il protagonista, col quale è difficile entrare in empatia come accade solitamente coi protagonisti dei film di animazione.

Se la guerra e le sue sue conseguenze brutali sull’uomo sono da sempre uno dei temi cari a Miyazaki, il fatto che tutti gli sforzi del protagonista siano tesi a creare un dispositivo bellico, e la consapevolezza che si tratti di Storia, rendono ancora più drammatico il messaggio del film. “I sogni contengono un elemento di follia, e questo aspetto “velenoso” non può essere nascosto”, commenta Miyazaki. Desiderare ardentemente qualcosa di troppo bello può distruggere. Accostarsi alla bellezza può richiedere un prezzo da pagare”. Come l’Ulisse dantesco, Jiro paga caro il prezzo dell’aver voluto realizzare il suo sogno a tutti i costi, vedendo la sua creatura spargere morte e la sua carriera di progettista, di fatto, interrotta dopo la fine della guerra (negli anni successivi ad essa Horikoshi insegnò e prestò consulenze, ma non disegnò più velivoli).

Col suo ultimo film, Miyazaki ha voluto ancora una volta mettere al centro il tema della corruzione della bellezza, presentandolo non più in chiave allegorica e fiabesca ma tramite la realtà dell’esistenza umana della Storia. Non solo: raccontando la biografia romanzata di Horikoshi, Miyazaki ha raccontato anche se stesso, il suo esser stato sognatore implacabile, ossessionato dai suoi progetti e dal realizzarli, a costo di tutto. A differenza dello Zero di Jiro Horikoshi, però, la bellezza delle creazioni di Hayao Miyazaki non è stata responsabile di distruzione e sofferenza, ma di aver arricchito, commosso e stupito noi spettatori.

Anime/ Tenkuu no Escaflowne: Millerna, storia di un’emancipazione

Fra le serie e i film nuovi e vecchi che sto recuperando o rivedendo in queste sere priva di tv c’è stato anche uno dei miei anime preferiti durante gli anni delle medie, Tenkuu no Escaflowne, in italiano tradotto come “I cieli di Escaflowne”.

Creato da Shōji Kawamori e prodotto da Sunrise, Tenkuu no Escaflowne andò in onda in Giappone nel 1996, ma venne trasmesso da MTV Italia (nella allora mitica anime night del martedì, dico mitica perché pochi mesi dopo fu il turno di Evangelion) solo cinque anni dopo, nel 2001. L’anime segue le vicende di Hitomi Kanzaki (lo so, dovrei dire Kanzaki Hitomi, lo so), una quindicenne con la passione per l’atletica e che si diletta a leggere i tarocchi alle compagne di scuola e che ha una cotta per un ragazzo, Susamu Amano, anche lui corridore. Alla notizia del suo imminente trasferimento all’estero, Hitomi decide di dichiararsi ad Amano, facendo una scommessa: se riuscirà a correre i 200 metri infrangendo il suo limite di 13 secondi, Amano le concederà il suo primo bacio. La corsa viene però interrotta da una colonna di luce che scaturisce nel mezzo della pista, da cui emerge un giovane e arrogante spadaccino, seguito a breve da un drago. Entrambi erano precedentemente comparsi in sogno a Hitomi, la quale dimostra così di possedere doti di chiaroveggenza. Lo scontro vede il giovane, Van Fanel, sconfiggere il drago grazie all’aiuto di Hitomi, che tramite un’altra visione intuisce dove il drago avrebbe colpito il giovane. Pochi istanti dopo, un’altra colonna di luce porta via Van e Hitomi: i due approdano su Gaea, il pianeta di origine del giovane, nel cui cielo compaiono la Luna e la Terra.
Da qui parte la serie, in un susseguirsi di combattimenti con mecha detti Guymelef, misteri legati a popoli scomparsi, alleanze e riflessioni su tematiche come destino, fedeltà, manipolazione genetica e autodeterminazione (solo per citare i più macroscopici).

Tenkuu no Escaflowne è anche il racconto di formazione di Hitomi, adolescente con una gran confusione in testa rispetto a se stessa e ai suoi sentimenti e che, grazie agli avvenimenti cui andrà incontro su Gaea, acquisirà maggior consapevolezza di sé. Tuttavia, il personaggio che subisce un’evoluzione più interessante nella serie è l’altro lato di uno dei triangoli amorosi che creano nella serie, quello composto da Hitomi, il Cavaliere Celeste Allen Schezar e la principessa Millerna Sara Aston.

ep. 10

Millerna Aston è uno dei molti personaggi secondari dell’anime, la cui presenza in gran parte degli episodi fa sì che la sua storyline venga sviluppata e approfondita quasi quanto quella dei protagonisti. Millerna è la terza figlia del re Aston di Asturia ed è colei che erediterà il trono: la sorella maggiore Marlene, andata sposa al sovrano di Freid, è morta, mentre l’altra sorella, Eries, ha votato se stessa al regno e alla famiglia (il personaggio di Eries avrebbe probabilmente meritato una backstory meno abbozzata, ma si tratta pur sempre di un anime di 26 episodi).

Millerna fa la sua comparsa nel sesto episodio e viene subito introdotta come un’antitesi e rivale amorosa di Hitomi, in quanto infatuata, come la protagonista stessa, del cavaliere Allen Schezar. Tuttavia, già in questa prima apparizione presenta delle caratteristiche che la allontanano sia dal canone della rivale antipatica e presuntuosa che da quello della bella principessa capricciosa. Millerna entra in scena a dorso di un cavallo, accogliendo Allen, Hitomi, Van e le truppe di Allen nel porto di Palas e dando subito mostra sia dei suoi sentimenti per Allen, ma anche del suo spirito vivace e curioso. Davanti ad un Allen sorpreso dalla sua mise poco femminile, Millerna taglia corto dicendo che un abito lungo non è adatto a cavalcare. Seppur di fronte all’uomo di cui è innamorata, non riesce a non scrutarsi intorno e a notare Van, che aveva visto da bambino, e Hitomi.

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E’ proprio in rapporto al personaggio di Hitomi, una sua quasi coetanea (Millerna ha 17 anni) ma proveniente da un mondo diverso e pertanto libera da tutte le convenzioni sociali e dalle imposizioni che il ruolo di principessa comportano, che diventano evidenti l’evoluzione e il processo di emancipazione di Millerna.

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Scopriamo quasi subito che la principessa Millerna è stata promessa, senza aver dato il suo formale consenso, al figlio del più ricco mercante di Asturia, nonché consigliere reale: questo va ovviamente in contrasto coi suoi evidenti sentimenti (non esattamente ricambiati) per Allen Schezar, che muovono e motivano gran parte delle sue azioni nella prima parte dell’anime. Eppure, viene fatto intuire che dietro all’ostinazione di Millerna di seguire Allen a Freid e nelle varie peripezie che il gruppo incontrerà c’è qualcosa di più. Quando la sorella Eries cerca di convincerla a non fuggire per non venir meno al suoi doveri nei confronti del suo regno, Millerna rivendica il suo diritto a seguire i suoi sentimenti e le sue inclinazioni. E’ qui che scopriamo qui che la principessa aveva intrapreso gli studi medici, ma era stata costretta ad interromperli in quando inadatti al suo ruolo. Eries definisce “egoismo” la volontà di Millerna di sentirsi utile al prossimo, ovvero la ragione per cui aveva cominciato a studiare medicina.

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Millerna quindi fugge da Palas e dal suo ruolo, all’inseguimento di un amore (o dell’idea di esso): durante la fuga, però, i sentimenti per Allen non troveranno né il coronamento né la corrispondenza che si aspetta. Invece, Millerna inizia ad acquisire una consapevolezza di sé e delle sue capacità: mette in pratica le sue conoscenze mediche per salvare Allen ferito a morte e ne perora successivamente la causa di fronte al cognato Freid, dimostrando di avere buone doti oratorie e politiche. Quello che sembrava, e in parte era, il capriccio di un’adolescente infatuata del cavalier servente, diventa l’occasione per Millerna di esprimere se stessa e dar prova di coraggio e determinazione.

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La maturazione definitiva di Millerna arriva però grazie ad un altro dei personaggi più fighi della serie, ovvero il suo promesso sposo Dryden Fassa. C’è un vero e proprio fandom dedicato a Dryden e esiste persino un saggio in rete che ne fa una diesamina molto accurata, ma quello che mi interessa qui è come costui intervenga nel processo di liberazione di Millerna. Dryden è diametralmente opposto ad Allen, sia fisicamente che caratterialmente: una scelta abbastanza canonica, ma che in questo caso ha dei risvolti non esattamente sterotipici. Come da canone, Dryden si rivolge a Millerna in maniera tutt’altro che formale, travolgendola col suo parlare diretto e senza fronzoli. Dryden si dimostra sinceramente interessato a Millerna ed è il primo che riesce a vederla al di là del suo ruolo e status, apprezzandone il carattere vivace e impulsivo, oltre che intuendone da subito l’attrazione per AllenMillerna ne è ovviamente sconvolta e le sue convinzioni cominciano a vacillare, ma resta comunque legata all’ideale romantico che Allen rappresenta. Quest’incertezza seguita ad accompagnarla anche nel momento in cui decide di acconsentire a celebrare le nozze con Dryden, al punto che chiede ad Hitomi di leggerle le carte per scoprire se questo matrimonio potrà renderla felice o no.

Il primo incontro di Millerna e Dryden, ep. 14

Ed è curiosamente grazie al matrimonio combinato con un uomo per cui inizia a provare una sorta di affetto, ma di cui non è innamorata, che Millerna si emancipa. L’assolvimento al suo dovere di principessa ereditaria non ha come esito quello di imprigionarla, ma la libera. Immediatamente dopo il matrimonio, vediamo Millerna impegnata a fare quello che aveva sempre desiderato, aiutare il prossimo, sia portando viveri alla popolazione colpita dall’ennesimo attacco delle forze di Zaibach (l’impero nemico, aka i cattivoni della serie), sia facendo il bucato (ad una serva che cerca di fermarla dice che Dryden non avrebbe da ridire al riguardo). Nonostante sia ancora innamorata di Allen, Millerna appare serena e decisa a costruire la sua felicità con un altro uomo.

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Tuttavia, è poco prima della battaglia decisiva che si consuma l’atto decisivo dell’emancipazione di Millerna. Mentre tutti i combattenti di Asturia stanno partendo, Dryden sconvolge nuovamente la giovane. Dopo aver espresso il suo rifiuto per la guerra (“non si guadagna nulla, non si crea nulla”… l’ho detto che è fighissimo Dryden, sì?), con una mossa completamente anti-canonica decide di lasciar libera Millerna. O meglio, la lascia perché non si ritiene degno di lei (ovvero, di essere amato da lei) e vuole meritarsi il suo ruolo di consorte. Un modo gentile, come riconosce la stessa Millerna poco dopo, di sottolineare il suo disagio rispetto ad una relazione sbilanciata e che, esattamente come la guerra in corso, “non crea nulla”.

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Abbandonata da un marito che stava imparando a conoscere e apprezzare, Millerna si ritrova quindi sola. Ed è in questo momento che realizza come il suo voler cercare la felicità a tutti i costi in un’altra persona sia sciocco e che deve imparare a contare, e a bastare, a se stessa. Queste sue riflessioni vengono significativamente espresse nel breve incontro che ha con Allen prima che egli parta. Nello sguardo e nel tono di voce di Millerna non c’è più traccia dell’adolescente irruenta e persa in sogni romantici: la principessa è diventata una donna consapevole dei suoi errori e decisa a ricostruire da capo la sua esistenza. Grazie al gesto e alle parole di DrydenMillerna ha compreso che deve imparare ad amare se stessa, prima di amare e farsi amare da qualcun altro.

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ep.25

Ho amato e amo la scelta degli sceneggiatori di non guastare il lavoro fatto nelle scene dei titoli di coda dell’ultimo episodio in cui vediamo i personaggi, ognuno nel suo setting, guardare la colonna di luce che riporta Hitomi sulla Terra. Millerna assiste alla scena sul balcone della reggia di Palas e venga raggiunta dalla sorella Eries, mentre nel quadro seguente vediamo Dryden sulla sua nave mercantile, in un luogo non precisato. Ci sono diverse fanfiction che cercano (chi meglio chi peggio) di creare un happy ending alla coppia così come a quella principale dell’anime. Ma non è rilevante e non ci interessa. Millerna potrà decidere o meno di dare una seconda chance al suo matrimonio e soprattutto all’uomo che professa di amarla profondamente, ma non lo farà per rifugiarsi in esso, né si annullerà in esso.

ep.26 (final credits)

ep.26 (final credits)

Ciò che però conta è che Millerna, seppur detenga ancora i suoi titoli e le sue responsabilità regali, si sia liberata delle convenzioni imposte dal suo ruolo di principessa (interessante è che in quest’ultima apparizione indossi gli stessi abiti tenuti durante la fuga/avventura e che, ricordo, erano stati definiti da Allen come poco femminili  e dall’idea che, in quanto donna, dovesse far dipendere la propria felicità da una relazione sentimentale. Al di là appunto delle varie ipotesi di sequel, la cosa importante è che nell’epilogo Millerna è sola e guarda al mondo con uno sguardo sereno e determinato. La strada per imparare ad amarsi è ancora lunga, ma Millerna è pronta a costruirsela e percorrerla, perché, come tutti gli abitanti di Gaea, ha imparato che il nostro destino e la nostra felicità sono unicamente nelle nostre mani.

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ep.26, final credits