Books / Peter Hook – Unknown Pleasures: Inside Joy Division

Sono sincera: come qualsiasi amante dei Joy Division, la mia attenzione è sempre stata catalizzata da Ian Curtis. Prima che i miei decidessero di ridipingere la stanza mia e di mia sorella, la parete a lato del mio letto era piena di fogli con testi di canzoni, foto di film e dei miei amori musicali. In corrispondenza della testa del letto c’erano due foto che avevo ritagliato da una rivista (mi pare fosse TuttoMusica): la prima ritraeva Kurt Cobain. La seconda era questa:

Ian Curtis, Live at Plan K – Brussels, Belgium, 16th October 1976 – photo ©Philippe Carly

Per anni per me i Joy Division sono stati quasi ed esclusivamente Ian Curtis, e ho iniziato ad apprezzare davvero i New Order solo tre anni fa (sì, un po’ me ne vergogno). È stato proprio vedendo su SkyArte un loro concerto del 2008 che ho stabilito che Peter Hook mi sta enormemente simpatico. La registrazione del concerto si chiude con la band che entra nel backstage: Hooky arriva per secondo, guarda in camera e dice “Hello mum. Oh no she’s dead” (trovate il video su YouTube, ma in tv -e quindi nel dvd- la scena si capiva molto meglio).
Questo per spiegare che personaggio sia Peter Hook e cosa aspettarsi da Unknown Pleasures: Inside Joy Division (Simon & Schuster, 2013), il libro in cui ha deciso di raccontare la sua versione della storia dei Joy Division.

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this is the only crappy photo of this post. and it’s mine.

Lo dico subito, se non sapete chi siano i Joy Division, via a sentirvi Unknown Pleasures e Closer e a chiedervi come avete potuto vivere ignorando una delle band più importanti di sempre. Eh già, senza di loro i vari Radiohead, Editors, Interpol, Bloc Party, *inserire nome a caso della scena alternative/indie* non esisterebbero. E capite anche perché il signor Hook si permetta la spocchia di definirsi il miglior bassista vivente. Lui, che ha imparato a suonare il basso con “How to play rock’n’roll electric bass guitar” e che si è inventato una tecnica tutta sua, vale a dire, in teoria, un accumulo di errori.

NOTA BENE: nel momento in cui scrivendo questo post ho -senza farlo apposta- indosso una t-shirt con la grafica di Unknown Pleasures, una delle tante che si vedono in giro. Nessuna è originale, con buona pace degli hipster che si fanno la guerra su questa ed altre minchiate. Sapevatelo.

Hooky nowadays. (source)

Nella primissima pagina del libro, prima ancora dell’introduzione, Peter Hook fa una premessa: quel che andrà a raccontare è la verità dei fatti, o meglio, quello che lui ricorda come verità. Ma dopotutto quante autobiografie possono dirsi veramente attendibili? Quando siamo noi a raccontare agli altri la nostra storia, cosa facciamo se non presentare la nostra personalissima versione dei fatti?
Oltretutto poi si parla di Hooky, che nel periodo dei New Order non si è fatto mancare nessun tipo di sostanza ricreativa (e accenna più volte alla cosa nel corso del libro) e pertanto è lecito pensare (e anche in questo caso, nel libro si intuisce diverse volte) che certe cose non le ricordi non volutamente ma per via dei buchi nel cervello dovuti ad anni di bamba ed E. A questo proposito, ho letto di recente un’intervista su GQ al figlio di Tony Wilson, in cui racconta di come a tre anni venne portato dal padre ad una serata dell’Haçienda e “dato in adozione” da un Wilson sballatissimo proprio ad Hooky. Il quale, dice Oliver Wilson, non ricorda assolutamente l’episodio.
Potrebbe però essere anche una mezza paraculata del buon Hook: considerando la guerra che prosegue da anni con Bernard Sumner (=per voi profan*, chitarrista dei Joy Division e poi chitarra, tastiere e voce dei New Order), e per quanto nel libro le frecciatine siano molte meno di quante si potrebbe pensare, sono certa che il legale di Hooky -che compare anche lui, ovviamente- gli abbia consigliato di prevenire anziché curare.

One of Warsaw’s first gigs, Rafters, Manchester, 31th May 1977 (drummer was Tony Tabac) – photo ©Kevin Cummins

Comunque stiano le cose e comunque si voglia vedere la questione, questa autobiografia ha un enorme pregio. E’ enormemente divertente, il che è qualcosa che non ci aspetterebbe da un libro che parla dei Joy Division. Voglio dire, quei Joy Division? Quelli con le copertine minimaliste e solenni e che nelle foto parevano più impiegati in pausa pranzo che una band? Soprattutto, quelli che hanno scritto quei due album là più quei singoli là?
Quelli. Credo ci si dimentichi spesso, di fronte ad una band che nel giro di due anni ha prodotto due dischi e delle canzoni di cui pure ciò che è meno riuscito è una figata epocale, che si trattava pur sempre di un quartetto di poco più che ventenni. Quando uscì Unknown Pleasures, Steve Morris aveva ventidue anni; gli altri ventitre. E poi si tratta di Northerners. Non è questa la sede per disquisizioni folcloristiche, ma gli inglesi del Nord sono abbastanza famosi, in patria, per essere tendenzialmente, come dire, rustici (l’accento fa tantissimo) e beffardi.
I Joy Division non facevano eccezione: gli aneddoti che Hook racconta sono spesso esilaranti, fra personaggi assurdi, situazioni imbarazzanti e scherzi ai danni degli altri membri della band o di altre band. Nessuno ne esce intero: l’aura che circonda da sempre i Joy Division viene demistificata e demolita dall’umorismo fulminante di Hooky, e soprattutto emergono dei lati di Ian Curtis che non collimano affatto con l’autore di New Dawn Fades e The Eternal. Per essere breve e non svelarvi nulla: Ian era sì un artista, era culturalmente più attento e informato e aveva una caterva di problemi con la moglie e la malattia, ma era anche un cazzone come gli altri tre.

“After a gig in Guildford the night before, Rob had shaved the band’s hair with clippers. Ian, Bernard and Steve got sheared; only I got away with it” (p.191) – photo ©Anton Corbijn

C’è, ovviamente, il racconto di come due ventenni di Salford restino folgorati dal concerto dei Pistols alla Lesser Free Trade Hall, decidano di formare una band senza aver mai preso in mano una chitarra prima di allora e passo dopo passo arrivino ad una formazione e al nome definitivo, si inventino un loro sound improvvisazione dopo improvvisazione, registrino dei capolavori e arrivino ad un passo dal successo. Il ritmo della narrazione riflette quello della storia della band: se nelle prime tre sezioni l’andamento segue quello, incerto e difficoltoso, di una band che cerca sia la propria identità che farsi conoscere, nelle ultime due sezioni, ovvero con la registrazione e la pubblicazione di Unknown Pleasures, si viene travolti da una serie vertiginosa di luoghi e avvenimenti che si interrompe il 18 maggio 1980. Il racconto di Hooky fa capire una volta di più quanto breve e folgorante sia stata l’esperienza dei Joy Division, e quanto il suicidio di Curtis vi abbia messo nella maniera più tragica e repentina la parola fine.

Joy Division in 1979 – photo ©Paul Slattery

Per quanto infatti il racconto di Hook sia divertente e divertito, e sebbene sia evidente il tentativo di restituire un’immagine a tutto tondo del cantante che non sia solo quella del suo mito, ovvero di un poeta tormentato, col procedere degli eventi e l’aggravarsi dell’epilessia di Ian -e il manifestarsi di tendenze depressive, probabilmente causate dai medicinali prescrittigli, a cui si sommò tutta una serie di concause-, emerge un senso di colpa inizialmente latente, poi via via sempre più manifesto, per ciò che Hook, Sumner e Morris (e Rob Gretton, il loro manager), non sono stati in grado di prevedere ed evitare, vale a dire il suicidio di Curtis. Lo stordimento e il senso di impotenza provati all’epoca ebbe come reazione quella di chiudersi in sala prove, continuare a comporre e scrivere una storia nuova e molto diversa a nome New Order. In un certo senso, si potrebbe dire che solo trent’anni dopo, in queste pagine,  Hooky sia giunto ad una vera e propria elaborazione del lutto.

(one of my favourite JD photos) ©Anton Corbijn

Molto spazio è dedicato a come sono nate le canzoni, comprese quelle scartate dalle diverse sessioni di registrazione, con abbondanza di dati su attrezzatura e scelte stilistiche sia per quanto riguarda il modo di suonare che gli effetti e i cambiamenti apportati da Martin Hannett in sede di registrazione. In due sezioni dedicate ai due album della band, Hooky commenta ciascuna traccia raccontandone la gestazione, le modifiche di Hannett e retroscena che non sempre sono strettamente legati al brano ma che arricchiscono la narrazione. Hooky consiglia di ascoltare il disco durante la lettura, cosa che mi sento di sottoscrivere (e che mi ha ricordato di farmi portare su dall’Italia i cd. Lo so che non sono vinili, ma non formalizziamoci). Da ignorante completa in materia, nel senso che sì, sento i riff e i giri e i cambi di tempo e simili, ma è raro che quando ascolto musica viva quest’esperienza in maniera analitica (non so se sono stata chiara), trovo sempre interessante quando qualcuno mi dice a cosa prestare attenzione, come quel suono è stato ottenuto, eccetera. Insomma, tutta la fase creativa mi affascina e invidio e ammiro moltissimo tutti quelli che sono in grado di fare musica. Ma qui rischio di andare fuori tema.

Joy Division reharsing at TJ Davidson’s, 19th August 1979 – photo ©Kevin Cummins
“Mean and moody. Great pic Kevin” (p.XVI)

 

Per finire.
Il libro non è ancora stato tradotto in italiano. Se il vostro inglese non è così scarso lo trovate tranquillamente su amazon uk, ad un prezzo inferiore di quello cui l’ho pagato io da Waterstones (che è quello di copertina, eh, ma amazon poi ci rientra con la spedizione) e potete anche gustarvi un’anteprima del contenuto. Se invece non ce la potete fare e aspettate una traduzione (rido già al pensiero del povero traduttore/della povera traduttrice alle prese con una sfilza di “twat”, “a tenner” -TI PREGO NO, NON “UN DECA”-, i molteplici significati di “piss” e l’intraducibile “yobbo”), buona fortuna. L’altro libro di Hook (The Haçienda: How not to run a club), che ho intenzione di acquistare in futuro, non è ancora stato tradotto. Magari con questo vi va meglio, dopotutto da qualche parte Control l’hanno proiettato…
Lo consiglio a chi dei Joy Division non frega granché? Sì, perché vi dimostrerà ulteriormente che sbagliate a farlo. Scherzo. Ma anche no. Leggetevelo, punto.

Infine, una breve lista per chi volesse approfondire:
– Oltre a Unknown Pleasures e Closer, la raccolta Substance, in cui sono contenuti, fra gli altri, i brani dell’EP An ideal for living e i singoli Transmission, Love will tear us apart e Atmosphere.
– Deborah Curtis – Touching from a distance. Ian Curtis and Joy Division (biografia di Ian Curtis, scritta dalla moglie. In italiano è stato tradotto come Così vicino, così lontano. Ian non si ribalta nella tomba solo perché le sue ceneri sono state disperse al vento)
– 24 hour party people (film di Michael Winterbottom sulla storia della Factory Records, 2002)
– Control (film di Anton Corbijn, incentrato sulla figura di Ian Curtis e tratto principalmente dal libro di Debbie, 2007)
– Joy Division (documentario di Grant Gee, 2007)

Cheers.

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