Films/ Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

Finalmente parlo di un film! Oggi tocca a Frank, che ho visto al cinema settimana scorsa. Credo esca in Italia quest’autunno (EDIT 13/11/14: è uscito questa settimana), ma temo che l’humour e le interpretazioni possono soffrire dall’adattamento. Fatemi sapere, in caso…

Il film è raccontato dalla prospettiva di Jon (interpretato da Domhnall Gleeson, attore gingerhead ben noto ai potteriani per The Deathly Hallows I e II), un giovane white collar con velleità da musicista. Le sequenze iniziali ci mostrano fin da subito come queste aspirazioni non siano supportate da alcun talento, ma nonostante ciò Jon creda davvero di possedere il sacro fuoco: ai goffi e terribili tentativi di scrivere dei brani che non terminerà mai, vengono immediatamente contrapposti i suoi tweet in cui descrive la sua attività (fintamente) frenetica di compositore.

Anche i mediocri, però, ogni tanto hanno un’occasione: questa si presenta quando, mentre cammina sul lungomare della sua cittadina, Jon assiste al salvataggio di un uomo che aveva tentato il suicidio. Si scopre che l’aspirante suicida è il tastierista di una band dall’improbabile nome di “Soronprfbs“, di cui, poche ore prima, Jon aveva visto il poster che ne promuoveva il concerto. Il nostro, dotato di una faccia come il culo da Oscar (un tratto che mostrerà in tutto il resto del film), si autopropone per sostituire il tastierista: il manager, dopo essersi consultato con una persona misteriosa seduta dentro al furgone della band (che scopriremo essere Frank), acconsente.

Quello che Jon trova sul palco la sera del concerto lo sconvolge: i Soronprfbs sono una band sperimentale, noise-psichedelica, il cui suono è assolutamente imprevedibile e in cui, come tastierista, non deve far altro che inserire accordi che si fondono col ritmo creato dagli altri. Quello che però sconvolge maggiormente Jon è il cantante e leader della band, Frank (Michael Fassbender), un uomo che nasconde il suo volto dietro ad una sproporzionata testa fatta in cartapesta.

Da qui il film prosegue, mostrando come Jon venga accolto nella band, e quali conseguenze questo porterà.
In particolare, la sua assoluta mediocrità come musicista, il suo credersi qualcuno e aspirare alla fama, cosa che lo porta a condividere sui principali social tutte le attività della band, viene contrapposto al talento e alla passione viscerale che gli altri membri della band hanno per la musica, vissuta non come modo di affermarsi davanti ad un pubblico, ma come necessità intima. Non solo Frank, ma anche Clara (Maggie Gyllenhaal), Baraque (François Civil) e Nana (Carla Azar, musicista anche nella vita reale) dimostrano tutti atteggiamenti ai limiti della pazzia e dello squilibrio mentale, cosa che turba ma, inevitabilmente, affascina Jon.

In particolare è Frank, col suo talento innato, le stravaganze e il suo vivere perennemente con la maschera di cartapesta, che lo attrae. Come tutte le persone mediocri davanti a chi dimostra unicità ed originalità, Jon sviluppa una grande ammirazione per Frank e vorrebbe essere come lui: tuttavia, non si rende conto che ciò non potrà mai accadere, e si illude che il talento possa trasmettersi per osmosi. Nonostante qualsiasi idea di Jon venga ignorata o completamente stravolta, al punto che la fonte originale non è più rintracciabile, e la spietata Clara non manchi mai di sottolinearne la totale assenza di talento, Jon non demorde, convinto che Frank sia la chiave per raggiungere il successo.

Assieme alla contrapposizione fra talento e mediocrità, il film presenta anche il tema dello squilibrio psicologico/mentale, che si trova in diversa misura e in diversi personaggi. Clara ha una personalità passivo aggressiva; Dan (Scott McNairy), il manager, era stato in cura per la sua tendenza pedofila e ora soffre evidentemente di depressione. E poi Frank, appunto, il cui volto celato da quella testa in cartapesta, che tiene pure sotto la doccia, è solo in apparenza una scelta stravagante, dietro cui si cela un mistero di cui nessuno pare preoccuparsi più di quel tanto, tranne il nuovo arrivato. Jon per tutto il film cerca di capire se qualcuno l’abbia mai visto senza maschera: a differenza degli altri, è a disagio con questa scelta e cerca, così come vuole fare con la band, di “normalizzare” Frank. Ciò può essere letto come una difficoltà di capire e accettare il diverso da sé, in questo caso la patologia psichica, per così com’è, ma anche come se il talento e il carisma di Frank siano collegati alla maschera che porta e pertanto, restituendogli un volto “umano”, questi possano venire ridimensionati. Viene anche da domandarsi se il talento sia sempre accompagnato da una certa dose di disturbi della psiche, o se la questione sia che, in quanto dotati di una sensibilità maggiore rispetto a molte persone, gli artisti siano più facilmente soggetti a turbe e squilibri. Anche qui, la compostezza di Jon dimostra ulteriormente quanto distante egli sia dagli altri.

Uno dei punti di forza di Frank è l’humour che pervade tutto il film. Questo è reso esplicito nella scelta di scegliere Jon come sguardo e voce narrante, e di metterne subito in chiaro personalità e debolezze, ma viene reiterato e supportato da tutta una serie di scelte di sceneggiatura che provocano più di una risata in sala. Le risposte tranchant di Clara, il fatto che Baraque parli quasi esclusivamente francese (e si rivolga a Jon solo per insultarlo), le idee estemporanee di Frank… il tutto dà ritmo e vivacità alla storia.

Fra gli elementi che suscitano ilarità, troviamo il forte sarcasmo che viene fatto sull’uso dei social media (in particolare Twitter) come strumento di promozione ed auto-promozione dalle e per le band. I post e i tweet di Jon vengono impietosamente messi alla fine o all’inizio di scene che li smentiscono o ne disvelano la volontà affabulatoria, atta a generare hype e creare un seguito, ma che sminuiscono però la complessità dell’atto creativo, riducendo il tutto a 140 caratteri e un hashtag.

Oltre alla scrittura brillante e ad una colonna sonora che, trattandosi di un film che parla di musicisti, è assolutamente degna di nota (non vedo l’ora che esca l’album), abbiamo un cast all’altezza della situazione. Se su Michael Fassbender credo ci siano ormai poche parole da spendere (dirò solo che, seppur l’avessi già sentito canticchiare, sentirgli fare una performance completa mi ha colpita in positivo), vorrei dire qualcosa di più su Gleeson e la Gyllenhaal. I due incarnano alla perfezione due visioni estremamente differenti di vivere la musica e di rapportarsi a Frank: se la Gyllenhaal è molto brava a far intuire come, dietro la durezza e il sarcasmo di Clara, ci sia una profonda sensibilità che la rende affine a Frank, Gleeson riesce nel difficile compito di non far odiare completamente quello che è un personaggio antipatico ma così assolutamente comune. Dopotutto, quanti di noi pensano di avere un talento particolare senza rendersi conto che così particolare non è?

Naturalmente, uno dei temi portanti del film è la dicotomia musica (e arti) di nicchia contro il mainstream, che in questo caso rappresenta anche un contrasto fra chi vive la musica come urgenza espressiva (anche) per fuggire dai propri demoni, e chi la vede come un mezzo per ottenere riconoscimento sociale. In Frank la dualità non trova una sintesi in cui tesi e antitesi vengano hegelianamente comprese l’una nell’altra: quello che i due sceneggiatori, Jon Ronson e Peter Straughan, sembrano dire è che due visioni così estreme non sono conciliabili. L’assoluta libertà espressiva dei Soronprfbs, che ricorda quella di molti gruppi noise e post rock, non potrà mai portare la band a diventare “big“, come si augura Jon, così come quest’ultimo non capisce, ma è evidente a tutti (spettatore/spettatrice inclus*, che la sua esigenza di far musica che piaccia al pubblico non potrà mai trovare espressione nella band di Frank.

Ho letto diverse critiche alla terza parte del film, dedicata all’inevitabile precipitare degli eventi e in cui l’elemento comico viene meno. Personalmente, l’ho trovata coerente col resto e ritengo se ne intravvedano i segnali nelle due parti precedenti. In fondo, come insegna Pirandello, l’umorismo -e, a maggior ragione, quello nero- è un sentimento del contrario: dopo la risata, arriva la riflessione.
Ho amato particolarmente la scena finale, non solo per il brano che viene creato sul momento (e che, nella versione del film, è più figo che in quella sul canale youtube del film, che pubblico qui sotto), ma nella sua totalità: le interpretazioni, i passaggi di camera, il modo in cui all’incalzare della musica cresca il ritmo della scena, e il significato proprio della stessa.
EDIT: la scena originale la trovate qui.

Per concludere, Frank è un film che mi ha toccato molto, sorprendentemente più dell’ultimo di Loach (di cui non ho parlato perché lo sto ancora elaborando). Trovo che si tratti di un piccolo gioiellino, non del tutto perfetto, ma che rivedrò volentieri almeno un’altra volta.

Piccola chicca per chi ama o semplicemente apprezza il Fassy: in una sequenza rispolvera il suo tedesco. Ed è subito Drei Gläser. Dategli un film in tedesco, su. Io me lo vedo volentieri coi sottotitoli, lo dico eh!

Avevate già visto il trailer? Il film vi incuriosisce? Non avete sbatti di aspettare e ve lo siete già visto? Fatemi sapere.

Cheers

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Music/ Morcheeba – The Sea

L’hanno messa su ieri (sabato) durante un cambio palco, ad un festival locale. Scelta appropriata, dato che la manifestazione si sta svolgendo proprio su un lungomare.
Il mare in Inghilterra, che pure quando il tempo è bello non è mai cristallino. Le spiagge che pure in estate trasmettono una fortissima malinconia.

Ironia della sorte, consumai la musicassetta di Big Calm (nel mio primo, gloriosissimo walkman che mi accompagnò fino alla seconda media, prima di defungere) ascoltando e riascoltando questo brano e i due finali del lato B (Fear and Love e Big Calm) in un agosto trascorso in Trentino. Il che mi fa pensare, a sedici anni di distanza, che anche se al posto dei gabbiani ci sono corvi, picchi e gufi, e se si sta passeggiando su un sentiero boschivo anziché su un grigio molo sull’Irish Sea o sul North Sea, il messaggio, le sensazioni che un brano trasmettono, arrivano comunque, se si è ricettivi ad esse.
Mi viene anche da pensare al fatto di come si possa crescere, cambiare dentro e fuori, trasferirsi a chilometri e chilometri dal luogo di origine, ma come sia impossibile perdere quella che è la propria attitudine. Ma non è il caso di fare qui questo discorso.

TV Series/ Girls (HBO): Rappresentazioni del sesso e immaginario collettivo

Dedico il post di oggi a una delle serie che, dal momento della sua uscita, ha scatenato discussioni e critiche, e che trovo, con tutti i suoi difetti, come una delle più interessanti in circolazione: Girls, creata, scritta e prodotta da una quasi coetanea, Lena Dunham, che ne è anche la protagonista. Ovviamente, se non avete visto la serie (e se non avete visto nemmeno Sex And The City, di cui parlerò abbondantemente nel post) tutto è considerabile come spoiler quindi a vostro rischio e pericolo!

Metto assieme qui una serie di considerazioni che feci due anni fa (ai tempi della prima season) sul forum di ItaSA, con alcune correzioni dovute alle precisazioni di alcuni utenti (che citerò in fondo per correttezza) e integrazioni rispetto alla seconda e alla terza stagione.
Alcuni utenti avevano sollevato perplessità rispetto alla rappresentazione della sessualità nel telefilm. Squallida, esageratamente cruda, per alcune persone totalmente contraria alla pretesa di realismo della serie e della sua creatrice.
Inevitabile era stato il ricorso al paragone con la serie che ha sdoganato il parlare e il fare continuamente sesso in tv, vale a dire Sex And The City. Gli accostamenti erano inevitabili al momento: entrambe serie HBO, entrambe ambientate a New York e in entrambe le protagoniste sono quattro amiche, di cui una scrittrice (o con velleità al riguardo). Come se non bastasse, nel pilot di Girls compare un esplicito ammiccamento alla serie e al suo fandom.

Premetto subito una cosa: ho amato e visto e rivisto fino a saperlo a memoria SATC e ogni tanto penso ancora al fatto che potrei regalarmi il box set a forma di cappelliera. I film li trovo un insulto alla serie, e rivendico con orgoglio di aver visto solo gli ultimi venti minuti del secondo e di non voler sapere nulla sul resto. Ho apprezzato invece il prequel della CW, ma magari ne parliamo un’altra volta perché sono ancora in fase di scongiuri per il rinnovo poco probabile.
Per Girls è una faccenda diversa e molto legata al mio vissuto personale, dato che le protagoniste hanno la mia età o giù di lì e mi ritrovo spesso in diverse delle cose che capitano loro o che dicono o che fanno. Mi sono accorta come la mia percezione della serie sia variata molto a seconda del periodo che stavo e sto vivendo, e come l’infastidirmi per alcune cose della serie fosse il riflesso del fastidio che provavo per degli aspetti della mia vita. Ma qui si apre davvero una parentesi enorme e se proprio a qualche anima scellerata dovesse interessare una riflessione rispetto a ciò vediamo cosa posso fare.

Torno in tema, ovvero appunto la questione della rappresentazione “squallida” del sesso in Girls, che contrasta, secondo alcune persone, con quella ritenuta davvero realistica di Sex And The City (qualcuno definì Girls “una brutta copia di SATC“). A mio parere, considerazioni di questo tipo riflettono quanto potenti siano i media, ed in generale le rappresentazioni visuali (e non solo), nella creazione di un immaginario collettivo e di visioni sterotipiche al punto che queste permeano e determinano la nostra percezione della realtà.

Sex And The City è il lato patinato della faccenda.
Lì troviamo delle over 30 realizzate, con lavori fichissimi e ben pagati, un tenore di vita molto alto ed esperienze che, per quanto realistiche (mi vengono in mente tutte le puntate in cui una delle protagoniste ha un problema legato al sesso orale), sono sempre filtrate attraverso l’ironia e mai mostrate nella loro crudezza. Da notare, peraltro, come quasi mai capitano alla protagonista uomini con abitudini o caratteristiche “particolari”: l’unico è un politico con una passione per la golden shower, cosa che lascia Carrie visibilmente sconvolta. Nel corso delle sei stagioni,  Carrie ha principalmente problemi di tipo emotivo/sentimentale, in cui il sesso è parte integrante ma in maniera più convenzionale. Due esempi random: la chimica fra lei e Big, più forte del matrimonio, per lui, e di quel cucciolone di Aidan, per lei; i numerosi problemi con Berger che sono riflesso del fatto che la loro relazione non funziona a tutti i livelli (ditemi che non sono l’unica ad aver pensato che Carrie sia un po’ tanto masochista).
In SATC le protagoniste pensano “siamo desiderabili, siamo pheeghe, leviamoci il più possibile le inibizioni”. Come già accennato, poi non vale per tutte  e quattro perché, chiaramente, non potevano rappresentare quattro persone ugualmente spregiudicate. Non sarebbe stato realistico, e non avrebbe permesso alle spettatrici di giocare ad immedesimarsi in questa ed in quella protagonista come fa Shoshanna nel pilot di Girls.
Per le quattro amiche, il sesso è essenzialmente vissuto come un piacere, la ciliegina sulla torta delle loro favolose vite. Ne consegue che la sua rappresentazione sia sempre scanzonata, ironica e, anche in situazioni che la società condanna dal punto di vista morale (la già citata relazione di Carrie con Big mentre lei è assieme a Aidan e Big è sposato con una giovane modella), non ci sono elementi che portano lo spettatore o la spettatrice a provare un senso di fastidio ed inadeguatezza. La tristezza, lo “squallore” deriva dall’idea di cosa Carrie e Big stiano facendo ai partner e dal disagio crescente che Carrie prova rispetto alla montagna di menzogne che accumula incontro dopo incontro, non dalla rappresentazione visiva dell’adulterio.
Sfondo delle vicende, inoltre, era la NY, o meglio, la Manhattan poco prima e immediatamente dopo l’11 settembre: soprattutto prima della crisi economica del 2008.

In Girls abbiamo innanzitutto delle ventenni che stanno entrando nell’età adulta ma che, come qualsiasi ventenne di oggi, non è molto convinto di volerlo fare.
Che lavori fanno? Marnie nella prima stagione è stagista in una galleria d’arte, da cui viene licenziata all’inizio della seconda stagione e da lì in poi la si vede fare per pochissimo tempo la hostess, cioè una versione fintamente più chic della cameriera, e per altrettanto breve tempo la barista nella caffetteria di Ray. Insomma, Marnie dalla seconda stagione è disoccupata e non ha la benché minima idea di cosa fare né una vera e propria passione, se non quella per la musica, anche se sembra sempre mancarle una motivazione vera, una spinta ad agire (motivo per cui finisce a far l’assistente/schiavetta nella galleria di una sua ex-collega stagista). Shoshanna è la più giovane delle tre e nel corso delle stagioni ha semplicemente frequentato l’università: a suo dire, a differenza di Hannah e Marnie, lei un’idea di cosa vuole dal futuro sembra avercela, anche se il finale della terza stagione apre molti spiragli di dubbio al riguardo. Jessa ha iniziato arrabattandosi con lavoretti tipo babysitting, per poi fare la mantenuta (e rendendosi conto di non essere in grado di sostenere nemmeno questo stile di vita) e tuttora oscilla fra il cercare un minimo di normalità (ultimo lavoro: badante di una fotografa in sedia a rotelle) e la sua tendenza a mandare in vacca tutto quanto (per la droga, essenzialmente).
Il personaggio principale Hannah, invece, dopo che la sua richiesta ai genitori di non fare una mazza per dedicarsi al suo grande romanzo (nel pilot) ottiene come risultato il vedersi tagliare del tutto i fondi dalla madre, per tutta la prima stagione fa lavori di cui non gliene frega nulla. Nella seconda stagione, spinta dalla necessità, lavora al bar di Ray, ma è pronta a mollare tutto davanti alla prima occasione che le si presenta di poter pubblicare un suo scritto. Nell’ultima stagione l’abbiamo vista invece approdare nella redazione di GQ e decidere poi, al grido del solito ‘io sono più di un lavoro figo’, di licenziarsi (ma il finale svela che forse non è stata una scelta tanto dissennata): ad ogni modo, è la prima del gruppo che raggiunge, dal punto di vista delle scelte in merito alla sua carriera lavorativa, una condizione da quasi adulta.

Da tutto ciò risulta chiaro che lo stile di vita delle protagoniste di Girls e le loro esperienze sono diverse, così come lo è anche quella sessuale.
In Girls il sesso è visto in maniera meno idealizzata e decisamente più realistica. Jessa è forse quella le cui esperienze ed atteggiamento possono venire accostati a quelli di Samantha Jones, ma con quale differenza fra le due… Samantha resta favolosa anche quando le tocca mandare giù un amaro boccone (non vorrei mai che reagiste come Charlotte quindi vi rimando al video), mentre Jessa è sempre scarmigliata, disordinata, animalesca (cercavo un altro video, beccatevi questo anche se non dimostra del tutto il punto).
Marnie a inizio serie assolveva al ‘dovere coniugale’, senza grande gioia né impegno, salvo poi avere esperienze più o meno soddisfacenti (anche con l’ex che sembrava incapace da quel punto di vista) e soprattutto spesso usando il sesso come tappabuchi per i suoi vuoti esistenziali. Un po’ come se un orgasmo possa compensare il suo non aver ancora capito che diamine voglia fare della sua esistenza, e chi voglia essere. Credo sia interessante il fatto che sia al suo personaggio che la Dunham abbia riservato una scena di masturbazione, che seguito a trovare tanto bella per quanto è, diamine, così onesta; è la prima volta che Marnie cala la maschera.
E c’è Hannah, infine, che vorrebbe dimostrare di essere senza alcuna inibizione, ma forse più per una posa che altro, perché risulta comunque goffa. Nella prima stagione, almeno in apparenza, il sesso era l’unica cosa ad unire lei e Adam: le scene ‘grevi’ che hanno disgustato molte persone sono figlie dell'(apparente) incapacità di Adam di vedere e amare la persona Hannah oltre la trombamicizia, e della già citata voglia di Hannah di fare la bohemienne. Se poi i rapporti fra i due si ‘normalizzano’, è interessante vedere come il tentativo di Hannah di ‘riaccendere la passione’ (come direbbe una qualsiasi rivista femminile) tramite il role playing sia tutto tranne che sensuale ed eccitante. Se in SATC i role play di Samantha e Smith sono raccontati con ironia e divertimento, la parrucca e il completino sexy su Hannah diventano ridicoli, la scena sfocia subito nel tragicomico e nel patetico.
Da citare senza indugi il momento (nella prima stagione) in cui Hannah si imbatte nei suoi genitori in bagno mentre fanno sesso, perché nessuno di noi vuole pensare, figuriamoci assistere, ad una scena simile, ma la vita non finisce a 50 anni.

Le donne di SATC erano e sono una minoranza, nel panorama femminile, così come il loro tenacissimo, idealissimo rapporto di amicizia che dura nonostante gli scossoni. Ed è una cosa abbastanza assodata e che al suo tempo venne molto criticata (seguita ad esserlo ancora oggi). Di ventenni come quelle di Girls è pieno ovunque. In SATC non è che non mostrassero una (attenzione, una, non “la”) realtà, è che mostravano un lato molto glamour ed edulcorato della cosa (solo per quanto riguarda Miranda, ogni tanto, c’era qualche riferimento all’essere una delle poche donne in un ambiente lavorativo prettamente maschile). E soprattutto, era molto meno rapportabile ad un universo al di fuori di Manhattan.
Non dico che il sesso in SATC non fosse realistico: lo era, ma solo a parole. Nella rappresentazione visiva un po’ meno (fra l’altro, Sarah Jessica Parker aveva una clausola nel contratto per cui non sarebbe mai dovuta comparire a seno nudo). C’è sempre stata dell’autocensura da parte degli autori: a parte facce gementi e cose del genere, non s’è mai visto tantissimo. Su certi aspetti hanno al massimo ironizzato -piacevolmente-, ma spesso hanno sorvolato. Voglio dire, è matematicamente improbabile che tutti i loro amanti avessero le lenzuola immacolate, la casa perfettamente pulita e in ordine, cibo nel frigorifero e via discorrendo.
Fa eccezione quella puntata della prima stagione in cui Carrie ha una brevissima storia con uno studente o comunque ventenne (e la cosa è decisamente emblematica): quando ci finisce finalmente a letto, il è sesso favoloso, ma la mattina dopo Carrie scappa disgustata, notando di essere in mezzo a calzini sporchi e croste di pizza che erano lì da tempo immemore.
Il punto è che SATC, esattamente come la sua protagonista, dietro l’apparente disincanto e cinismo è inguaribilmente un inno al romanticismo. Non è un caso che anche un’irriducibile amante del sesso fine a ste stesso come Samantha Jones abbia tre relazioni esclusive, due delle quali la rendono vulnerabile come le altre, e alla fine della serie è felicemente accoppiata (ad uno più giovane, perché se no non sarebbe trasgressiva).

Sia chiaro che ognuno ha le sue esperienze: per quanto mi riguarda, non riesco a trovare squallide le scene di sesso in Girls. le trovo anzi assolutamente realistiche.
Il problema è che il nostro immaginario è da sempre nutrito con immagini molto abbellite e in cui emergono gli aspetti positivi del sesso, non quelle meno piacevoli. Sex And The City ha cercato di aprire una finestra sulla realtà, ma a conti fatti ha continuato sulla stessa falsariga. L’idea è che il sesso va mostrato o come passione fra due persone, allo scopo di generare desiderio di identificazione dello spettatore, o per soddisfare il voyeurismo e semplicemente il naturale istinto sessuale (non vale solo per i porno e i film erotici, mi pare chiaro).
Una serie come Girls fa strano perché apparentemente esce da queste categorie: teoricamente, nelle scene di sesso scritte dalla Dunham e dal suo team ci si dovrebbe identificare. Tuttavia, messi di fronte a qualcosa che è percepito come estremamente vicino al reale, si prova fastidio e la voglia di non identificarsi.
Un buon esempio lo si trova nella prima stagione, come segnalava un’utente del forum di ItaSA, Mrs Darcy:

Una scena molto poco glamour è stata quella in cui lei e il farmacista si spogliano prima di fare sesso. Io raramente ho visto una cosa del genere nei film (e negli altri telefilm): lui e lei entrano in casa che già stanno aggrovigliati, iniziano a spogliarsi lanciando i vestiti qua e là, le scarpe vengono via che manco te ne accorgi, il reggiseno non è mai un problema, in questo mondo che ci ha abituati a turbini passionali vedere una che si leva da sola gli anfibi e poi si infila sotto le coperte è un po’ fuori dagli schemi”. 

Il processo di identificazione rispetto ad una narrazione (letteraria o filmica) avviene solitamente a livello ideale, nel senso che ci si riconosce in quanto narrato, o, più spesso, ci si vorrebbe riconoscere. Le serie televisive (come il cinema, la pubblicità, la narrativa…) giocano appunto su questo: una serie ci piace quanto più sentiamo che ci dice qualcosa, che parla a noi stessi. In particolare, nei drama e nei comedy-drama in cui si vuole rappresentare una realtà sociale a noi contemporanea, scatta subito un meccanismo di identificazione in questo personaggio, o in questa situazione. Identificazione, oppure l’opposto: repulsione. Ovvero, non ci si vuole e non ci si riesce ad identificare: perché la cosa ci turba, perché non vorremmo mai doverci trovare in situazioni simili, o perché è lontana dal nostro sentire e dal nostro stile di vita. Però, non è che perché non accade a noi che non sia reale: esperienze del genere avvengono ovunque.

Il fatto che non ci si identifichi, quindi, non giustifica commenti come “immagini squallide” o simili. Sono semplicemente molto realistiche. Rispetto nella media delle serie USA, Girls è una delle poche serie ambientate nella contemporaneità ad avere questa pretesa di realismo: nelle serie e nei film made in UK è infatti abbastanza normale vedere scene di sesso senza fronzoli o sentirne parlare in maniera greve, dato che in generale è abbastanza comune mettere in scena storie, realtà e vite poco patinate.
Ovviamente, non è che ci si debba per forza identificare e non ci si deve per forza appassionare ad una serie. Chiunque è libero di odiare Girls e non riconoscere se stesso in quel che racconta. Semplicemente, la questione è legata al voler o meno accettare il realismo come modalità narrativa/espressiva. Se avessimo tutti una stessa percezione estetica saremmo in un regime, quindi nel regno del kitsch di kunderiana memoria.
Esperienze a parte, il proprio immaginario e il proprio senso estetico si costruiscono anche con la visione di film, le letture e via discorrendo. Chi ha visto e/o letto diverse opere di una crudezza disarmante non resta sconcertato davanti a Girls. Il che non significa restare indifferenti: semplicemente, non si batte troppo ciglio.

Per la mia personalissima percezione delle cose, parlare di “squallore” non è corretto: trovo preferibile un termine come “crudo”. Così come la casa di Adam non è squallida: è caotica, lasciata a sé, non comunica una grande idea di pulizia. Qualche tempo fa ho buttato un’occhiata in uno dei flat che stanno a piano terra nel condominio in cui abito. A mia madre verrebbe un embolo vedendo quella cucina, e le stanze non saranno sicuramente messe molto meglio.
La mia tesi di laurea due anni fa mi aveva portato a rendermi conto che è lo sguardo che osserva la realtà a trarne una determinata immagine: i posti, di per sé, non sono portatori di caratteristiche. Siamo noi che guardandoli, con il nostro background esperienziale ed iconico, diamo un giudizio di valore.
Infine, una conclusione molto personale: probabilmente io ho semplicemente un’idea molto diversa di cosa sia lo squallore. Che non è né il sesso vissuto e fatto in maniera molto spiccia né un ambiente spoglio e trasandato.

Bene, aspetto pareri e impressioni, sia che abbiate visto la serie sia che non ve ne freghi una mazza ma l’argomento vi abbia interessato. Seriamente, qualsiasi input è ben accetto.

Cheers.

 

PS. Ringrazio Meriderobi, che a differenza mia ricordava benissimo l’incontro di Carrie col politico amante delle golden shower, Mrs Darcy per la frase citata e non solo e tutti gli utenti che sono intervenuti nel tempo in quello che era un commentario delle puntate ed è divenuto un thread a se stante.

Music / Nuvolablu, Occhi rossi a colazione (Love Boat, Korto Cirkuito, Krikk’E Kasteddu, 1998)

Metti malumore in buona parte colpa di una PMS a sto giro parecchio arrembante, una giornata uggiosa inglese e un essay di 5000 parole che forse riesco a finire prima della deadline senza boccheggiare troppo.
Mi è venuta in mente Sospeso nell’aria, come spesso mi capita in periodi così.

Sia chiaro: musicalmente sono una capra (come ho detto qualche settimana fa “I can play the buzzer very well”), e mi autodefinisco music junkie, mi piacciono un gazillione di generi diversi, pure roba che non c’entra una mazza l’una con l’altra, figuriamoci quando mischiata assieme. Quindi ecco. Non aspettatevi spiegazioni serissime alla Scaruffi o alla recensore di rivista musicale o da musicista sui dischi che consiglio o che. Non sono in grado di spiegare perché ci sono dischi che mi fanno cagare o che mi deludono e dischi che amo alla follia, così come fatico a spiegare perché alcuni seguitino a piacermi dopo anni e altri mi facciano pensare “ma avevo una colonna di cerume nelle orecchie allora?”.

Questo disco, che poi non è mai uscito come tale ma solo in musicassetta, giusto per capire quando nuovo sia, me lo consigliò (assieme ad una marea di altra roba che non sono certa di esser mai riuscita a recuperare tutta, chissà che fine ha fatto quella lista?) uno dei miei pusher musicali preferiti, il buon Chacka, che se casomai dovesse leggere qui saluto come si fa da queste parti, by flicking the V.
E niente, come ho detto credo di non saper spiegare perché questo album sia entrato a far parte della mia memoria musicale e sia fra quelli cui ogni tanto ho bisogno di tornare. L’unica cosa mezzo sensata che posso dire è che ci sono dentro determinate cose che valevano allora e valgono adesso e probabilmente varranno sempre. Non parlo solo dei testi, ché lo so che tutti hanno il vizio di pensare alle parole. Basta, ecco, ringraziate le anime pie che mettono interi dischi su youtube per chi non ha sbatti di farsi spotify e quelle robe lì.

Cheers.

Books / Peter Hook – Unknown Pleasures: Inside Joy Division

Sono sincera: come qualsiasi amante dei Joy Division, la mia attenzione è sempre stata catalizzata da Ian Curtis. Prima che i miei decidessero di ridipingere la stanza mia e di mia sorella, la parete a lato del mio letto era piena di fogli con testi di canzoni, foto di film e dei miei amori musicali. In corrispondenza della testa del letto c’erano due foto che avevo ritagliato da una rivista (mi pare fosse TuttoMusica): la prima ritraeva Kurt Cobain. La seconda era questa:

Ian Curtis, Live at Plan K – Brussels, Belgium, 16th October 1976 – photo ©Philippe Carly

Per anni per me i Joy Division sono stati quasi ed esclusivamente Ian Curtis, e ho iniziato ad apprezzare davvero i New Order solo tre anni fa (sì, un po’ me ne vergogno). È stato proprio vedendo su SkyArte un loro concerto del 2008 che ho stabilito che Peter Hook mi sta enormemente simpatico. La registrazione del concerto si chiude con la band che entra nel backstage: Hooky arriva per secondo, guarda in camera e dice “Hello mum. Oh no she’s dead” (trovate il video su YouTube, ma in tv -e quindi nel dvd- la scena si capiva molto meglio).
Questo per spiegare che personaggio sia Peter Hook e cosa aspettarsi da Unknown Pleasures: Inside Joy Division (Simon & Schuster, 2013), il libro in cui ha deciso di raccontare la sua versione della storia dei Joy Division.

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this is the only crappy photo of this post. and it’s mine.

Lo dico subito, se non sapete chi siano i Joy Division, via a sentirvi Unknown Pleasures e Closer e a chiedervi come avete potuto vivere ignorando una delle band più importanti di sempre. Eh già, senza di loro i vari Radiohead, Editors, Interpol, Bloc Party, *inserire nome a caso della scena alternative/indie* non esisterebbero. E capite anche perché il signor Hook si permetta la spocchia di definirsi il miglior bassista vivente. Lui, che ha imparato a suonare il basso con “How to play rock’n’roll electric bass guitar” e che si è inventato una tecnica tutta sua, vale a dire, in teoria, un accumulo di errori.

NOTA BENE: nel momento in cui scrivendo questo post ho -senza farlo apposta- indosso una t-shirt con la grafica di Unknown Pleasures, una delle tante che si vedono in giro. Nessuna è originale, con buona pace degli hipster che si fanno la guerra su questa ed altre minchiate. Sapevatelo.

Hooky nowadays. (source)

Nella primissima pagina del libro, prima ancora dell’introduzione, Peter Hook fa una premessa: quel che andrà a raccontare è la verità dei fatti, o meglio, quello che lui ricorda come verità. Ma dopotutto quante autobiografie possono dirsi veramente attendibili? Quando siamo noi a raccontare agli altri la nostra storia, cosa facciamo se non presentare la nostra personalissima versione dei fatti?
Oltretutto poi si parla di Hooky, che nel periodo dei New Order non si è fatto mancare nessun tipo di sostanza ricreativa (e accenna più volte alla cosa nel corso del libro) e pertanto è lecito pensare (e anche in questo caso, nel libro si intuisce diverse volte) che certe cose non le ricordi non volutamente ma per via dei buchi nel cervello dovuti ad anni di bamba ed E. A questo proposito, ho letto di recente un’intervista su GQ al figlio di Tony Wilson, in cui racconta di come a tre anni venne portato dal padre ad una serata dell’Haçienda e “dato in adozione” da un Wilson sballatissimo proprio ad Hooky. Il quale, dice Oliver Wilson, non ricorda assolutamente l’episodio.
Potrebbe però essere anche una mezza paraculata del buon Hook: considerando la guerra che prosegue da anni con Bernard Sumner (=per voi profan*, chitarrista dei Joy Division e poi chitarra, tastiere e voce dei New Order), e per quanto nel libro le frecciatine siano molte meno di quante si potrebbe pensare, sono certa che il legale di Hooky -che compare anche lui, ovviamente- gli abbia consigliato di prevenire anziché curare.

One of Warsaw’s first gigs, Rafters, Manchester, 31th May 1977 (drummer was Tony Tabac) – photo ©Kevin Cummins

Comunque stiano le cose e comunque si voglia vedere la questione, questa autobiografia ha un enorme pregio. E’ enormemente divertente, il che è qualcosa che non ci aspetterebbe da un libro che parla dei Joy Division. Voglio dire, quei Joy Division? Quelli con le copertine minimaliste e solenni e che nelle foto parevano più impiegati in pausa pranzo che una band? Soprattutto, quelli che hanno scritto quei due album là più quei singoli là?
Quelli. Credo ci si dimentichi spesso, di fronte ad una band che nel giro di due anni ha prodotto due dischi e delle canzoni di cui pure ciò che è meno riuscito è una figata epocale, che si trattava pur sempre di un quartetto di poco più che ventenni. Quando uscì Unknown Pleasures, Steve Morris aveva ventidue anni; gli altri ventitre. E poi si tratta di Northerners. Non è questa la sede per disquisizioni folcloristiche, ma gli inglesi del Nord sono abbastanza famosi, in patria, per essere tendenzialmente, come dire, rustici (l’accento fa tantissimo) e beffardi.
I Joy Division non facevano eccezione: gli aneddoti che Hook racconta sono spesso esilaranti, fra personaggi assurdi, situazioni imbarazzanti e scherzi ai danni degli altri membri della band o di altre band. Nessuno ne esce intero: l’aura che circonda da sempre i Joy Division viene demistificata e demolita dall’umorismo fulminante di Hooky, e soprattutto emergono dei lati di Ian Curtis che non collimano affatto con l’autore di New Dawn Fades e The Eternal. Per essere breve e non svelarvi nulla: Ian era sì un artista, era culturalmente più attento e informato e aveva una caterva di problemi con la moglie e la malattia, ma era anche un cazzone come gli altri tre.

“After a gig in Guildford the night before, Rob had shaved the band’s hair with clippers. Ian, Bernard and Steve got sheared; only I got away with it” (p.191) – photo ©Anton Corbijn

C’è, ovviamente, il racconto di come due ventenni di Salford restino folgorati dal concerto dei Pistols alla Lesser Free Trade Hall, decidano di formare una band senza aver mai preso in mano una chitarra prima di allora e passo dopo passo arrivino ad una formazione e al nome definitivo, si inventino un loro sound improvvisazione dopo improvvisazione, registrino dei capolavori e arrivino ad un passo dal successo. Il ritmo della narrazione riflette quello della storia della band: se nelle prime tre sezioni l’andamento segue quello, incerto e difficoltoso, di una band che cerca sia la propria identità che farsi conoscere, nelle ultime due sezioni, ovvero con la registrazione e la pubblicazione di Unknown Pleasures, si viene travolti da una serie vertiginosa di luoghi e avvenimenti che si interrompe il 18 maggio 1980. Il racconto di Hooky fa capire una volta di più quanto breve e folgorante sia stata l’esperienza dei Joy Division, e quanto il suicidio di Curtis vi abbia messo nella maniera più tragica e repentina la parola fine.

Joy Division in 1979 – photo ©Paul Slattery

Per quanto infatti il racconto di Hook sia divertente e divertito, e sebbene sia evidente il tentativo di restituire un’immagine a tutto tondo del cantante che non sia solo quella del suo mito, ovvero di un poeta tormentato, col procedere degli eventi e l’aggravarsi dell’epilessia di Ian -e il manifestarsi di tendenze depressive, probabilmente causate dai medicinali prescrittigli, a cui si sommò tutta una serie di concause-, emerge un senso di colpa inizialmente latente, poi via via sempre più manifesto, per ciò che Hook, Sumner e Morris (e Rob Gretton, il loro manager), non sono stati in grado di prevedere ed evitare, vale a dire il suicidio di Curtis. Lo stordimento e il senso di impotenza provati all’epoca ebbe come reazione quella di chiudersi in sala prove, continuare a comporre e scrivere una storia nuova e molto diversa a nome New Order. In un certo senso, si potrebbe dire che solo trent’anni dopo, in queste pagine,  Hooky sia giunto ad una vera e propria elaborazione del lutto.

(one of my favourite JD photos) ©Anton Corbijn

Molto spazio è dedicato a come sono nate le canzoni, comprese quelle scartate dalle diverse sessioni di registrazione, con abbondanza di dati su attrezzatura e scelte stilistiche sia per quanto riguarda il modo di suonare che gli effetti e i cambiamenti apportati da Martin Hannett in sede di registrazione. In due sezioni dedicate ai due album della band, Hooky commenta ciascuna traccia raccontandone la gestazione, le modifiche di Hannett e retroscena che non sempre sono strettamente legati al brano ma che arricchiscono la narrazione. Hooky consiglia di ascoltare il disco durante la lettura, cosa che mi sento di sottoscrivere (e che mi ha ricordato di farmi portare su dall’Italia i cd. Lo so che non sono vinili, ma non formalizziamoci). Da ignorante completa in materia, nel senso che sì, sento i riff e i giri e i cambi di tempo e simili, ma è raro che quando ascolto musica viva quest’esperienza in maniera analitica (non so se sono stata chiara), trovo sempre interessante quando qualcuno mi dice a cosa prestare attenzione, come quel suono è stato ottenuto, eccetera. Insomma, tutta la fase creativa mi affascina e invidio e ammiro moltissimo tutti quelli che sono in grado di fare musica. Ma qui rischio di andare fuori tema.

Joy Division reharsing at TJ Davidson’s, 19th August 1979 – photo ©Kevin Cummins
“Mean and moody. Great pic Kevin” (p.XVI)

 

Per finire.
Il libro non è ancora stato tradotto in italiano. Se il vostro inglese non è così scarso lo trovate tranquillamente su amazon uk, ad un prezzo inferiore di quello cui l’ho pagato io da Waterstones (che è quello di copertina, eh, ma amazon poi ci rientra con la spedizione) e potete anche gustarvi un’anteprima del contenuto. Se invece non ce la potete fare e aspettate una traduzione (rido già al pensiero del povero traduttore/della povera traduttrice alle prese con una sfilza di “twat”, “a tenner” -TI PREGO NO, NON “UN DECA”-, i molteplici significati di “piss” e l’intraducibile “yobbo”), buona fortuna. L’altro libro di Hook (The Haçienda: How not to run a club), che ho intenzione di acquistare in futuro, non è ancora stato tradotto. Magari con questo vi va meglio, dopotutto da qualche parte Control l’hanno proiettato…
Lo consiglio a chi dei Joy Division non frega granché? Sì, perché vi dimostrerà ulteriormente che sbagliate a farlo. Scherzo. Ma anche no. Leggetevelo, punto.

Infine, una breve lista per chi volesse approfondire:
– Oltre a Unknown Pleasures e Closer, la raccolta Substance, in cui sono contenuti, fra gli altri, i brani dell’EP An ideal for living e i singoli Transmission, Love will tear us apart e Atmosphere.
– Deborah Curtis – Touching from a distance. Ian Curtis and Joy Division (biografia di Ian Curtis, scritta dalla moglie. In italiano è stato tradotto come Così vicino, così lontano. Ian non si ribalta nella tomba solo perché le sue ceneri sono state disperse al vento)
– 24 hour party people (film di Michael Winterbottom sulla storia della Factory Records, 2002)
– Control (film di Anton Corbijn, incentrato sulla figura di Ian Curtis e tratto principalmente dal libro di Debbie, 2007)
– Joy Division (documentario di Grant Gee, 2007)

Cheers.