comedy-drama

Films/ Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

Finalmente parlo di un film! Oggi tocca a Frank, che ho visto al cinema settimana scorsa. Credo esca in Italia quest’autunno (EDIT 13/11/14: è uscito questa settimana), ma temo che l’humour e le interpretazioni possono soffrire dall’adattamento. Fatemi sapere, in caso…

Il film è raccontato dalla prospettiva di Jon (interpretato da Domhnall Gleeson, attore gingerhead ben noto ai potteriani per The Deathly Hallows I e II), un giovane white collar con velleità da musicista. Le sequenze iniziali ci mostrano fin da subito come queste aspirazioni non siano supportate da alcun talento, ma nonostante ciò Jon creda davvero di possedere il sacro fuoco: ai goffi e terribili tentativi di scrivere dei brani che non terminerà mai, vengono immediatamente contrapposti i suoi tweet in cui descrive la sua attività (fintamente) frenetica di compositore.

Anche i mediocri, però, ogni tanto hanno un’occasione: questa si presenta quando, mentre cammina sul lungomare della sua cittadina, Jon assiste al salvataggio di un uomo che aveva tentato il suicidio. Si scopre che l’aspirante suicida è il tastierista di una band dall’improbabile nome di “Soronprfbs“, di cui, poche ore prima, Jon aveva visto il poster che ne promuoveva il concerto. Il nostro, dotato di una faccia come il culo da Oscar (un tratto che mostrerà in tutto il resto del film), si autopropone per sostituire il tastierista: il manager, dopo essersi consultato con una persona misteriosa seduta dentro al furgone della band (che scopriremo essere Frank), acconsente.

Quello che Jon trova sul palco la sera del concerto lo sconvolge: i Soronprfbs sono una band sperimentale, noise-psichedelica, il cui suono è assolutamente imprevedibile e in cui, come tastierista, non deve far altro che inserire accordi che si fondono col ritmo creato dagli altri. Quello che però sconvolge maggiormente Jon è il cantante e leader della band, Frank (Michael Fassbender), un uomo che nasconde il suo volto dietro ad una sproporzionata testa fatta in cartapesta.

Da qui il film prosegue, mostrando come Jon venga accolto nella band, e quali conseguenze questo porterà.
In particolare, la sua assoluta mediocrità come musicista, il suo credersi qualcuno e aspirare alla fama, cosa che lo porta a condividere sui principali social tutte le attività della band, viene contrapposto al talento e alla passione viscerale che gli altri membri della band hanno per la musica, vissuta non come modo di affermarsi davanti ad un pubblico, ma come necessità intima. Non solo Frank, ma anche Clara (Maggie Gyllenhaal), Baraque (François Civil) e Nana (Carla Azar, musicista anche nella vita reale) dimostrano tutti atteggiamenti ai limiti della pazzia e dello squilibrio mentale, cosa che turba ma, inevitabilmente, affascina Jon.

In particolare è Frank, col suo talento innato, le stravaganze e il suo vivere perennemente con la maschera di cartapesta, che lo attrae. Come tutte le persone mediocri davanti a chi dimostra unicità ed originalità, Jon sviluppa una grande ammirazione per Frank e vorrebbe essere come lui: tuttavia, non si rende conto che ciò non potrà mai accadere, e si illude che il talento possa trasmettersi per osmosi. Nonostante qualsiasi idea di Jon venga ignorata o completamente stravolta, al punto che la fonte originale non è più rintracciabile, e la spietata Clara non manchi mai di sottolinearne la totale assenza di talento, Jon non demorde, convinto che Frank sia la chiave per raggiungere il successo.

Assieme alla contrapposizione fra talento e mediocrità, il film presenta anche il tema dello squilibrio psicologico/mentale, che si trova in diversa misura e in diversi personaggi. Clara ha una personalità passivo aggressiva; Dan (Scott McNairy), il manager, era stato in cura per la sua tendenza pedofila e ora soffre evidentemente di depressione. E poi Frank, appunto, il cui volto celato da quella testa in cartapesta, che tiene pure sotto la doccia, è solo in apparenza una scelta stravagante, dietro cui si cela un mistero di cui nessuno pare preoccuparsi più di quel tanto, tranne il nuovo arrivato. Jon per tutto il film cerca di capire se qualcuno l’abbia mai visto senza maschera: a differenza degli altri, è a disagio con questa scelta e cerca, così come vuole fare con la band, di “normalizzare” Frank. Ciò può essere letto come una difficoltà di capire e accettare il diverso da sé, in questo caso la patologia psichica, per così com’è, ma anche come se il talento e il carisma di Frank siano collegati alla maschera che porta e pertanto, restituendogli un volto “umano”, questi possano venire ridimensionati. Viene anche da domandarsi se il talento sia sempre accompagnato da una certa dose di disturbi della psiche, o se la questione sia che, in quanto dotati di una sensibilità maggiore rispetto a molte persone, gli artisti siano più facilmente soggetti a turbe e squilibri. Anche qui, la compostezza di Jon dimostra ulteriormente quanto distante egli sia dagli altri.

Uno dei punti di forza di Frank è l’humour che pervade tutto il film. Questo è reso esplicito nella scelta di scegliere Jon come sguardo e voce narrante, e di metterne subito in chiaro personalità e debolezze, ma viene reiterato e supportato da tutta una serie di scelte di sceneggiatura che provocano più di una risata in sala. Le risposte tranchant di Clara, il fatto che Baraque parli quasi esclusivamente francese (e si rivolga a Jon solo per insultarlo), le idee estemporanee di Frank… il tutto dà ritmo e vivacità alla storia.

Fra gli elementi che suscitano ilarità, troviamo il forte sarcasmo che viene fatto sull’uso dei social media (in particolare Twitter) come strumento di promozione ed auto-promozione dalle e per le band. I post e i tweet di Jon vengono impietosamente messi alla fine o all’inizio di scene che li smentiscono o ne disvelano la volontà affabulatoria, atta a generare hype e creare un seguito, ma che sminuiscono però la complessità dell’atto creativo, riducendo il tutto a 140 caratteri e un hashtag.

Oltre alla scrittura brillante e ad una colonna sonora che, trattandosi di un film che parla di musicisti, è assolutamente degna di nota (non vedo l’ora che esca l’album), abbiamo un cast all’altezza della situazione. Se su Michael Fassbender credo ci siano ormai poche parole da spendere (dirò solo che, seppur l’avessi già sentito canticchiare, sentirgli fare una performance completa mi ha colpita in positivo), vorrei dire qualcosa di più su Gleeson e la Gyllenhaal. I due incarnano alla perfezione due visioni estremamente differenti di vivere la musica e di rapportarsi a Frank: se la Gyllenhaal è molto brava a far intuire come, dietro la durezza e il sarcasmo di Clara, ci sia una profonda sensibilità che la rende affine a Frank, Gleeson riesce nel difficile compito di non far odiare completamente quello che è un personaggio antipatico ma così assolutamente comune. Dopotutto, quanti di noi pensano di avere un talento particolare senza rendersi conto che così particolare non è?

Naturalmente, uno dei temi portanti del film è la dicotomia musica (e arti) di nicchia contro il mainstream, che in questo caso rappresenta anche un contrasto fra chi vive la musica come urgenza espressiva (anche) per fuggire dai propri demoni, e chi la vede come un mezzo per ottenere riconoscimento sociale. In Frank la dualità non trova una sintesi in cui tesi e antitesi vengano hegelianamente comprese l’una nell’altra: quello che i due sceneggiatori, Jon Ronson e Peter Straughan, sembrano dire è che due visioni così estreme non sono conciliabili. L’assoluta libertà espressiva dei Soronprfbs, che ricorda quella di molti gruppi noise e post rock, non potrà mai portare la band a diventare “big“, come si augura Jon, così come quest’ultimo non capisce, ma è evidente a tutti (spettatore/spettatrice inclus*, che la sua esigenza di far musica che piaccia al pubblico non potrà mai trovare espressione nella band di Frank.

Ho letto diverse critiche alla terza parte del film, dedicata all’inevitabile precipitare degli eventi e in cui l’elemento comico viene meno. Personalmente, l’ho trovata coerente col resto e ritengo se ne intravvedano i segnali nelle due parti precedenti. In fondo, come insegna Pirandello, l’umorismo -e, a maggior ragione, quello nero- è un sentimento del contrario: dopo la risata, arriva la riflessione.
Ho amato particolarmente la scena finale, non solo per il brano che viene creato sul momento (e che, nella versione del film, è più figo che in quella sul canale youtube del film, che pubblico qui sotto), ma nella sua totalità: le interpretazioni, i passaggi di camera, il modo in cui all’incalzare della musica cresca il ritmo della scena, e il significato proprio della stessa.
EDIT: la scena originale la trovate qui.

Per concludere, Frank è un film che mi ha toccato molto, sorprendentemente più dell’ultimo di Loach (di cui non ho parlato perché lo sto ancora elaborando). Trovo che si tratti di un piccolo gioiellino, non del tutto perfetto, ma che rivedrò volentieri almeno un’altra volta.

Piccola chicca per chi ama o semplicemente apprezza il Fassy: in una sequenza rispolvera il suo tedesco. Ed è subito Drei Gläser. Dategli un film in tedesco, su. Io me lo vedo volentieri coi sottotitoli, lo dico eh!

Avevate già visto il trailer? Il film vi incuriosisce? Non avete sbatti di aspettare e ve lo siete già visto? Fatemi sapere.

Cheers

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