hardcore

Music / Laghetto, Il conguaglio (2005)

Il secondo album dei Laghetto, Pocapocalisse, è uno dei dischi che nel periodo della mia seconda adolescenza di sei anni fa mi è entrato più sottopelle e che ancora oggi trovo adatto ad accompagnare determinati momenti. Presente no, quelli in cui come Mimì Clementi ti chiedi come ne uscirai pulit* e profumat*. Quelli. Però non quelli in cui ti struggi e languisci, ma quelli in cui la situazione ti sta parecchio sul culo e non sai se sei più incazzata col mondo o con te stessa o, peggio, la tua incazzatura è rivolta contro un oggetto non meglio definito.
Più del disco precedente (Sonate in bu minore per quattrocento scimmiette urlanti) Pocapocalisse è l’emblema di questo mood. Almeno per me.
Assieme a Piovo, che chiude del disco (“Come bruciare quello che ti passa intorno in tre mosse provandone poi il rimorso: non è difficile, sai, perchè basta seguire i miei passi: io potrei tenere un corso.“) Il conguaglio è uno di quei pezzi che descrive tante cose e sensazioni che ricorrono e ritornano in maniera ciclica. Se fossi in vena di atti kamikaze potrei usarla come presentazione o risposta alla domanda “cosa ti contraddistingue rispetto agli altri?”. Poi hai voglia a star seduta e aspettare il conguaglio.

Bonus: nel 2013 è stato fatto un tributo ufficiale ai Laghetto, Il coraggio di essere suonati, in cui gli Inferno Sci-Fi Grind’n’Roll e Lili Refrain hanno fatto una cover de Il conguaglio. Eccola.

Music / Nuvolablu, Occhi rossi a colazione (Love Boat, Korto Cirkuito, Krikk’E Kasteddu, 1998)

Metti malumore in buona parte colpa di una PMS a sto giro parecchio arrembante, una giornata uggiosa inglese e un essay di 5000 parole che forse riesco a finire prima della deadline senza boccheggiare troppo.
Mi è venuta in mente Sospeso nell’aria, come spesso mi capita in periodi così.

Sia chiaro: musicalmente sono una capra (come ho detto qualche settimana fa “I can play the buzzer very well”), e mi autodefinisco music junkie, mi piacciono un gazillione di generi diversi, pure roba che non c’entra una mazza l’una con l’altra, figuriamoci quando mischiata assieme. Quindi ecco. Non aspettatevi spiegazioni serissime alla Scaruffi o alla recensore di rivista musicale o da musicista sui dischi che consiglio o che. Non sono in grado di spiegare perché ci sono dischi che mi fanno cagare o che mi deludono e dischi che amo alla follia, così come fatico a spiegare perché alcuni seguitino a piacermi dopo anni e altri mi facciano pensare “ma avevo una colonna di cerume nelle orecchie allora?”.

Questo disco, che poi non è mai uscito come tale ma solo in musicassetta, giusto per capire quando nuovo sia, me lo consigliò (assieme ad una marea di altra roba che non sono certa di esser mai riuscita a recuperare tutta, chissà che fine ha fatto quella lista?) uno dei miei pusher musicali preferiti, il buon Chacka, che se casomai dovesse leggere qui saluto come si fa da queste parti, by flicking the V.
E niente, come ho detto credo di non saper spiegare perché questo album sia entrato a far parte della mia memoria musicale e sia fra quelli cui ogni tanto ho bisogno di tornare. L’unica cosa mezzo sensata che posso dire è che ci sono dentro determinate cose che valevano allora e valgono adesso e probabilmente varranno sempre. Non parlo solo dei testi, ché lo so che tutti hanno il vizio di pensare alle parole. Basta, ecco, ringraziate le anime pie che mettono interi dischi su youtube per chi non ha sbatti di farsi spotify e quelle robe lì.

Cheers.