Hayao Miyazaki

Films/ The wind rises (Hayao Miyazaki, 2013)

Ho da poco completato la visione di tutti i lungometraggi diretti da Hayao Miyazaki e mi è parso d’uopo concluderla con quello che è e sarà il suo ultimo film, The wind rises (Si alza il vento, nella versione italiana), dato che il maestro ha annunciato il suo ritiro.

La storia è una versione romanzata della biografia di Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico che progettò due velivoli utilizzati dal Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Il film segue Jiro in alcuni momenti salienti della sua vita: si parte nel 1916, con un Jiro ragazzino innamorato del volo che capisce, tramite un sogno, che il suo destino non è pilotare aerei (la sua miopia glielo impedisce), ma progettarli. Tutti gli eventi che seguono mostrano il percorso umano e professionale di Horikoshi che lo portano, nel finale, a realizzare il suo sogno, e cosa questo comporterà.

Sulla carta, il film presenta tutti gli elementi tipici dei film di Miyazaki: un protagonista che deve farsi strada nel mondo, con un carattere risoluto e positivo verso l’obiettivo da raggiungere e la vita in generale; comprimari che supportano il protagonista, anche quando sembrano burberi; l’amore per il volo (una delle passioni del maestro) e la denuncia verso la brutalità della guerra.
Eppure, avvertiamo fin quasi da subito che non si tratta del classico film di Miyazaki. Inizio da quello che è forse il punto più eclatante: l’elemento magico, o fantastico, o fiabesco, è completamente assente. L’apparizione al Jiro ragazzino dell’ingegnere aeronautico Giorgio Caproni viene subito svelata come un sogno del protagonista, e altrettanto lo sono le successive: tutto il resto del film racconta una vicenda verosimile e si attiene pertanto alle regole della verosimiglianza, non compaiono né creature strane, né sortilegi, né ambientazioni fantastiche.

Al contrario, le ambientazioni sono tutte ancorate alla realtà, la ritraggono e non sono una semplice ispirazione, come era successo per la Vienna di Il castello errante di Howl e la Milano di Porco Rosso. Proprio quest’ultimo film si presta particolarmente ad un paragone con The wind risesPorco Rosso, nonostante l’ambientazione e i molti riferimenti alla storia europea del periodo, resta una sorta di fiaba, in cui lo stesso protagonista è un elemento favolistico/allegorico. In The wind rises non ci sono allegorie, quello che Miyazaki rappresenta è il Giappone prima della Seconda Guerra Mondiale, un paese con un enorme gap rispetto all’Europa (come lamentano spesso i personaggi): una nazione rurale, dove pochi privilegiati possono permettersi vacanze in montagna e automobili mentre i molti poveri lavorano fino a tarda notte, lasciando i bambini da soli. Un paese dove gli aerei vengono costruiti con legno e tessuto e i modelli per il collaudo vengono trasportati al luogo scelto da carri trainati da buoi.

Assieme al Giappone, e a riferimenti alla sua storia (il terremoto del 1923, l’alleanza con Hitler), compare anche una rappresentazione della Germania pre-nazista, che Jiro e il suo amico e collega Kiro Honjo (anch’esso realmente esistito) visitano per studiarne la tecnologia applicata agli aerei: oltre ad un alterco con un soldato durante la visita alla Junkers, che dimostra bene la posizione di sudditanza del Giappone rispetto al più potente ed evoluto alleato tedesco, Jiro assiste impotente ad una sortita notturna di quello che, possiamo ipotizzare, sia uno squadrone nazista.

Più convenzionale è la storia d’amore che lega Jiro a Naoko Satomi, ispirata al romanzo di Tatsuo Hori S’alza il vento, ma anche in questo c’è un’importante differenza con tutte le coppie create da Miyazaki. Se l’incontro fra i due, o sarebbe meglio dire il doppio incontro fra i due, è abbastanza canonico e assimilabile ai numerosi precedenti della filmografia del maestro giapponese, lo sviluppo della storia segue una direzione melodrammatica e tragica, che mai si era vista in precedenza. La lovestory di Jiro e Naoko non lascia spazio alla speranza: è una storia condannata fin dal suo inizio a non avere un lieto fine, come fa presagire il fatto che il terremoto del Kanto interrompa e irrompa nel loro primo incontro, impedendo a Jiro di presentarsi e relegando di fatto la ragazza ad un ricordo lontano, al punto che, quando la incontra di nuovo anni dopo, non la riconosce subito.

La storia che nasce fra i due è, come già detto, destinata a non finire bene. Naoko è malata di tubercolosi e Jiro è consapevole che il tempo loro concesso non è molto. Quando Naoko fugge dal sanatorio in cui si era ricoverata nella speranza di guarire, Jiro decide di sposarla (oltre al dettaglio della cerimonia tradizionale, da notare come per la prima e unica volta in un film di Miyazaki ci sia un accenno, seppur delicatissimo, ai rapporti carnali), per condividere con lei ogni momento che rimane loro: tutto ciò, mentre sta lavorando a quello che sarà il velivolo che lo consegnerà alla storia. Vediamo quindi Jiro, un vero e proprio workaholic, tornare a casa a notte fonda dalla moglie e, anziché stendersi nel futon con lei, continuare a lavorare al suo progetto e tenere contemporaneamente la mano di Naoko. Proprio quando il progetto di Jiro è terminato e pronto al collaudo, la donna, resasi conto del precipitare delle sue condizioni e non volendo lasciare a Jiro un ricordo di sé sofferente, scappa nuovamente, questa volta per tornare al sanatorio e lì morire.

Al tragico epilogo della storia d’amore con Naoko si aggiunge la consapevolezza che il progetto per cui il protagonista ha lavorato e sofferto in tutti gli anni alla Mitsubishi, quel velivolo emblema di bellezza che da sogno era divenuta una vera e propria ossessione, è destinato a portare morte e distruzione. Anche in questo caso, un pesante distacco dai finali pieni di speranza cui Miyazaki ci ha abituato e che dà ai versi trionfanti di Valery, da cui il film prende il titolo, “Le vent se leve!… Il faut tenter de vivre” (Si alza il vento! Bisogna provare a vivere) una sfumatura di tristezza, seppur leggendoli in chiave positiva, come monito a non smettere di vivere nonostante ciò che di doloroso ci accade.

The wind rises non è un film per bambini, che costituiscono da sempre il target dello Studio Ghibli, e Miyazaki stesso era inizialmente scettico all’idea del produttore Toshio Suzuki di adattare il manga da lui scritto ispirandosi alla biografia di Jiro Horikoshi, in un film. Nonostante le soluzioni adottate (rappresentare le riunioni e l’ambiente lavorativo in maniera caricaturale, “dar colore al racconto” tramite le sequenze oniriche col personaggio di Caproni), il film resta infatti poco appetibile per un pubblico under 12, sia per la tematica bellica in sé, che per il protagonista, col quale è difficile entrare in empatia come accade solitamente coi protagonisti dei film di animazione.

Se la guerra e le sue sue conseguenze brutali sull’uomo sono da sempre uno dei temi cari a Miyazaki, il fatto che tutti gli sforzi del protagonista siano tesi a creare un dispositivo bellico, e la consapevolezza che si tratti di Storia, rendono ancora più drammatico il messaggio del film. “I sogni contengono un elemento di follia, e questo aspetto “velenoso” non può essere nascosto”, commenta Miyazaki. Desiderare ardentemente qualcosa di troppo bello può distruggere. Accostarsi alla bellezza può richiedere un prezzo da pagare”. Come l’Ulisse dantesco, Jiro paga caro il prezzo dell’aver voluto realizzare il suo sogno a tutti i costi, vedendo la sua creatura spargere morte e la sua carriera di progettista, di fatto, interrotta dopo la fine della guerra (negli anni successivi ad essa Horikoshi insegnò e prestò consulenze, ma non disegnò più velivoli).

Col suo ultimo film, Miyazaki ha voluto ancora una volta mettere al centro il tema della corruzione della bellezza, presentandolo non più in chiave allegorica e fiabesca ma tramite la realtà dell’esistenza umana della Storia. Non solo: raccontando la biografia romanzata di Horikoshi, Miyazaki ha raccontato anche se stesso, il suo esser stato sognatore implacabile, ossessionato dai suoi progetti e dal realizzarli, a costo di tutto. A differenza dello Zero di Jiro Horikoshi, però, la bellezza delle creazioni di Hayao Miyazaki non è stata responsabile di distruzione e sofferenza, ma di aver arricchito, commosso e stupito noi spettatori.